Questione di Coraggio.

Giugno 13, 2018

Sfogo personale scritto il giorno dopo l’attentato di stampo fascio-leghista a un gruppo di immigrati.

04.02.2018

Nessun morto, fortunatamente; sei ragazzi feriti, perché immigrati, da un italiano ignorante, perché razzista. Luca Traini, legato ai partiti fascisti di Forza Nuova e Casapound e recentemente iscritto alle liste della Lega Nord, esemplifica perfettamente cosa succede quando ignoranza, esclusione sociale e incitamento alla violenza e all’odio coesistono. Non voglio si parli di pazzia, non voglio lo si tratti come un caso isolato, perché frutto di due diverse politiche ugualmente dannose alla società italiana, che ne ostacolano il progresso e la maturazione.

La prima colpa è sicuramente dell’ignoranza dilagante: chiunque abbia fatto politica negli ultimi venti anni deve sentirsi coinvolto, perché il degrado della cultura dell’italiano medio è dovuto a continui tagli trasversali all’istruzione e alla promozione dell’arte. La politica perpetuata negli anni è di carattere neo-liberista: favorisce le scuole private a quelle pubbliche, destinando crescenti finanziamenti alle prime rispetto alle seconde e alimentando, di conseguenza, la forbice culturale italiana: chi ha meno soldi riceve un’istruzione di qualità inferiore rispetto a chi si può permettere miracolanti istituti privati. L’effetto di queste politiche è una chiara e inarrestabile esclusione della classe che un tempo veniva definito proletariato da quella borghesia che, sempre più, si divide tra chi sogna l’aristocrazia (ma di questa si può permettere solo il sogno) e chi lotta per evitare di affondare.

La seconda e più recente colpa è il crescente incitamento all’odio perpetuato da alcuni partiti più di altri: Lega Nord in primis, e in maniera diversa anche da Casapound e Forza Nuova. La Lega, non più Nord per accogliere quelli che prima venivano chiamati “terroni”, propone un odio a 359 gradi: gli unici a non essere presi di mira sono loro stessi, anche se, poiché l’odio porta odio, finiranno per auto-accusarsi e odiarsi intestinamente.

Ogni parte della popolazione deve essere rappresentata, ed è per questo che l’astuto Salvini ha deciso di rappresentare quella crescente quota di italiani che, non avendo mai studiato un libro di storia o letto un articolo di economia, parlano di immigrazione come di una “emergenza” (ignorando l’aspetto storico, per non dire di quello umano, dei flussi migratori); o ancora propongono di uscire dall’Euro e dall’Europa, perché quando avevano la Lira si credevano più ricchi, e se non più ricchi, più italiani (FN e CP). Salvini è un lupo che invece di mangiare le pecore, raccoglie i loro voti. Se la moralità fosse il sole, quella merda di Salvini non riuscirebbe mai a seccarsi, data la sua repellenza alla cultura.

Non voglio che si parli di caso isolato, di pazzia individuale, poiché le condizioni esterne non lo permettono. Non voglio dire che non sia possibile una sparatoria casuale, una furia omicida dettata dalla pazzia dell’uno rispetto ai molti: è successo e, purtroppo, capiterà ancora (e siamo fortunati a non avere, ancora, il numero di armi pro-capite degli americani). È successo con Igor il Russo, con Kabobo e molti altri esempi di deviazione mentale dovuta rispettivamente a fervenza religiosa ed esclusione sociale. Se ci fosse un movimento che incita la violenza con il machete nei confronti degli Italiani, avrei condannato loro prima di Kobobo. Lo stesso vale per Igor, che non aveva nessuno a spingerlo nell’ammazzare se non il proprio senso di inquietudine. Quello di Luca Traini è un altro caso. È un ragazzo debole, influenzato da amicizie sicuramente non salutari, fomentato da pagine Facebook in cui il pane quotidiano è l’odio verso l’altro, che questi sia “Negro, Grillino, Pidiota o la Boldrini”. Magari guarda un canale come Rete 4, in cui la notizia meno faziosa è offerta dalla salma di Emilio Fede, e che tra “Dalla vostra parte” e “Quinta Colonna” raggiunge livelli di populismo e ignoranza mai toccati da nessuna altra rete televisiva, né ora né in passato.

Chi fomenta l’odio deve sentirsi responsabile di atti simili. Se la Lega fosse coerente con la sua propaganda non rinnegherebbe l’accaduto. Salvini trovi il coraggio di ammettere che i suoi post fuorvianti, le pagine a lui dedicate, l’accettazione di un linguaggio barbaro e vile, l’attacco sistematico del nemico (anche se questi è la presidente della Camera), l’aumento della paura nei confronti del diverso sono tutti fattori scatenanti della sparatoria nelle Marche. Salvini trovi il coraggio di continuare a vomitare odio anche il giorno stesso e il giorno dopo tale attentato, invece di aspettare che le semplici memorie dei suoi elettori cancellino il presente, per continuare un domani secondo le stesse dinamiche. E infine, Salvini trovi il coraggio di essere quello che dice: trovi il coraggio di lavorare come Europarlamentare, mentre accusa gli immigrati di non voler lavorare. Che poi, anche se fosse vero che si accontentassero di 35 euro al giorno (di cui in realtà solo 1,80 finisce nelle tasche dell’etiope di turno), prenderebbero comunque meno di quanto guadagna lui a Bruxelles: il concetto cristiano di pagliuzza e trave viene ribaltato in uno splendido paradosso catto-italiano. Salvini trovi il coraggio di essere razzista, quando nella sua carriera spicca l’adesione ai Comunisti Padani; Salvini trovi il coraggio di rifiutare i voti di quelli che prima definiva “Terroni” e che ora costituiscono una consistente parte del suo gregge.

Salvini trovi il coraggio di definirsi razzista, di definirsi padano, di definirsi Comunista, di definirsi insomma qualcosa, e smetta di dire, invece di essere. Per gente come te, Matteo, l’Inferno non ha posto: come fece Dante con gli ignavi, costretti a seguire un cartello di cui non conoscevano l’iscrizione, così per te la pena potrebbe essere non aver nessun cartello da seguire, e che la tua vita post-mortem sia come quella di una bandiera senza vento: inutile, come la tua vita stessa.

Una storia in bianco e nero.

Giugno 6, 2018

Qualcuno di voi ha voglia di sentire una storia? È una storia vecchia, di altri tempi: è una storia in bianco e nero.

C’era una volta una grande crisi economica che devastava l’Europa, di cui qualcuno ricorda carriole di franchi e inflazione alle stelle. Era un periodo di instabilità diplomatica: i trattati di pace sembravano arrivare verso la fine, i conflitti internazionali si inasprivano e gli Stati si riarmavano. A tutto ciò si aggiungeva una virata della politica interna in diversi stati, con l’ascesa di ideali nazionalisti a svantaggio dei democratici, sia in Italia che in Germania.

Dentro questi movimenti c’erano personaggi di ambigua caratura morale, ma di ottima capacità politica, che arringavano le pance e sfamavano le piazze. La loro provenienza era promiscua: le grandi masse erano di origine contadina, proveniente dai campi periferici alla città, o dal proletariato operaio socialista. Alcuni erano di estrazione sociale più elevata, come nobili, monarchici e alto borghesi, impauriti dalla ascesa comunista. C’erano in loro persino uomini di cultura e di vita pubblica come cantanti, poeti, scrittori e scienziati; nessuno era escluso.

Queste masse rivendicavano diritti sociali basilari come la Riforma Agraria, Pensionistica e scolastica. Venivano punte sull’orgoglio nazionale, in quanto patria e razza superiore da preservare, parole che oggi fanno rabbrividire, ma non è raro sentire. C’era chi era deluso dal finale della prima guerra, chi ne auspicava un’altra in breve, chi ancora voleva uscire dai trattati di pace che regolavano la diplomazia internazionale. E così fu.

Hitler attaccò la Polonia, la Russia rispose a tono, l’Inghilterra si intrufolò, l’America ne approfittò e il Giappone si schierò, la Francia ci provò, l’Italia no. Lo scacchiere era già evidente anni prima del conflitto, già palesemente disegnato: Triplice Alleanza contro Triplice Intesa, anche se l’Italia tardò a palesarsi (che classico cliché Italiano).

Tutto ciò che riguarda questi anni viene definito come il peggior esperimento sociale dell’umanità moderna, culminato con una guerra mondiale e finito grazie all’unificazione pacifica delle nazioni in grandi organismi sovranazionali. La cessione di sovranità è stata ripagata con 70 anni di pace, quantomeno Europea. Il divisionismo nazionalista è stato soppiantato da un globalismo economico e finanziario, basato sui principi di sviluppo e crescita.

Ci sembrano storie lontane, storie che non ci riguardano storie che abbiamo già sentito dal nonno, o dal professore. Per molti, la lezione è stata imparata, la guerra non fa più paura, e la sinistra democratica tiene degnamente testa alle avanzate fasciste. Per alcuni i toni sono calmi e le istituzioni salde. Per tutti non esiste più la propaganda, ma piuttosto una campagna elettorale continua.

Ma adesso che questa crescita sembra fermarsi e che i nazionalismi stanno riprendendo piede, in un periodo di sconvolgimenti politici e necessità sociali primarie non ascoltate dai gruppi dirigenti, proprio ora che l’ignoranza del popolo è percepibile quotidianamente su ogni social network, siamo sicuri che questa storia in bianco in nero non stia cominciando a digitalizzarsi?

Una vita da Foodora.

Maggio 9, 2018

“A recuperar panini”, se volessimo continuare la storpiatura della famosa canzone di Ligabue. Il paragone regge: il mediano corre e smista tanto quanto il rider, anche se questi non ha mai avuto l’onore di avere un pezzo a lui dedicato. Mai prima d’ora.

“Una vita da Foodora, con dei compiti precisi”. Se il lavoro del fattorino è elementare, il Foodora-boy è scuola materna: posso permettermi di dire ciò perché ho avuto la fortuna di fare entrambi i lavori e so di cosa parlo (un sentito grazie alla disoccupazione giovanile al 40%). Parlerò quindi del Foodora-boy in prima persona, sia per coinvolgervi di piò, sia per evitare noiose ripetizioni e sinonimi.

Vorrei premettervi che non considero il delivering come un lavoro, tantomeno il mio lavoro: a giustificazione di ciò oggi, 1 Maggio, ho pedalato due ore. Da studente, mi sono dovuto accontentare di cinque giorni senza lezioni: che noia essere obbligato a frequentare la nightlife di Hannover.

Il rider non è e non può diventare un mestiere, ma è e deve rimanere un posto di reddito, che sia momentaneo, suppletivo, studentesco.

Vi vorrei ora spiegare il mondo che esiste dietro alla app con cui ordinate il sushi a casa, pur sapendo che questo non vi farà calmare quando, dopo aver ordinato alle 22.58 una barca da 40 pezzi, questa vi arriva con tre minuti di ritardo, e mi premierete con un bel “Vaffanculo” come mancia.

Le urla del mio cellulare mi destano da una tranquilla pedalata pomeridiana. NUOVO ORDINE. ACCETTA. KFC Hannover, Saint-Nik… e mi compare indirizzo e luogo di ritiro, con numero e composizione dell’ordine. L’indirizzo e il numero di telefono del cliente non vengono svelati fino a che non viene ritirato l’ordine: privacy 2.0.

Una volta raggiunto il cliente, consegnato il cibo e chiuso la consegna con la app, altre urla, altro ristorante, altra pedalata. E così per tutto il turno. Let’s get a closer look sulla ripetitività del lavoro, composto di step sempre uguali che tanto ricordano il fordismo della catena di montaggio e della produzione di massa.

Si creano così due problemi temporalmente opposti: i vecchi concetti marxiani di alienazione dal lavoro e una possibile futura automatizzazione dello stesso, in un nuovo concetto neo-fordista in cui la pianificazione del lavoro non è solo separata dalla sua attuazione (sottolineando la separazione tra manager e lavoratore), ma persino realizzata da una specie non umana: i cyber-manager, algoritmi omni-decisivi.

La consegna avviene per step fissi in cui il mio margine di scelta è limitato alla rapidità con cui eseguo l’ordine: posso scegliere la strada, ma non la destinazione. Una volta consegnato il cibo nel posto indicato dalla app, possibilmente entro l’orario suggerito dalla app, dopo aver riscosso l’importo richiesto dalla app, posso decidere se rifiatare due minuti o riprendere subito a lavorare. Quelle volte in cui il rifiatare diventa riposare, la app ti mette in contatto con il dispatcher che ti chiede se hai problemi a raggiungere la destinazione.

Vi chiederete: da un punto di vista pratico, che vuole escludere per semplicità lunghi moralismi, perché è così importante il margine di libertà nella realizzazione di un lavoro?

Parlando di porta-pizze, pizza-boy, rider, e generalizzando anche altri lavori di prossima estinzione come il casellante, il cassiere, il fattorino e così via, la libertà di esprimersi compiendo una scelta umanamente razionale è l’unica salvezza dall’irrompente automatizzazione del mercato del lavoro.

Quando lavoravo come porta-pizze a Genova, tutta la gestione delle consegne, dalla preparazione dei turni alla divisione degli ordini, era di nostra competenza. Tutto ciò che non riguardava la produzione stessa della pizza era nelle nostre mani: decidevamo chi, andava dove, e quando. Dovevamo conoscere i quartieri vicini, mappare gli indirizzi dei clienti e creare la migliore combinazione possibile, e dovevamo farlo nel minor tempo possibile.

Era questo il gioco nel lavoro del porta-pizze, e se tutto ciò viene adesso rimpiazzato da un software io mi chiedo: perché allora non vengo rimpiazzato in toto? Se sparisce l’unico lato umano del lavoro del fattorino, ovvero l’organizzazione del giro e la scelta delle consegne secondo il proprio giudizio, seguendo la propria esperienza, cosa rimane?

Due gambe e una bici. Niente che non possa essere sostituito da un drone, o dalla guida automatica. E allora mi chiedo: ha senso mantenere in vita un lavoro in cui l’uomo è subordinato alla macchina? Perché non dare il colpo di grazia a un lavoro che ha perso la dignità minima, non più sufficiente per sopravvivere?

Non mi si venga a dire per salvaguardare il lavoro. Dopo quello che avete letto finora, devo forse ripetervi che il Foodora-boy non è un posto di lavoro, ma di reddito? Devo forse ricordarvi che non c’è nulla di nobilitante in un lavoro che manca della possibilità di personalizzazione, e quindi di espressione della propria creatività? Quanto è ipocrita difendere un “lavoro” alienante come questo, solo per il gusto, presunto marxiano, di difendere il Lavoro in quanto concetto astratto?

Non dovrebbero, i grandi intellettuali di sinistra, cercare di difendere quello che è salvabile nel labour market di oggi, mantenendo in vita i tanto sudati diritti fondamentali (sempre più in pasto a privatizzazioni e concorrenza internazionale) e coltivando i sogni del nuovo “de-proletariato”, che considera i figli come una spesa e il lavoro come una fatica?

“Una vita da Foodora, a chi sogna sempre poco”. Se si vuole lavorare come rider per il resto della propria vita, bisogna saper smettere di sognare. Io sto imparando a rimpiazzare i sogni futuri scrivendo storie passate: sono tante le pagine bianche che devo ancora riempire prima di considerarmi finito come sognatore, poiché mai riuscirò a esprimere quanto sogno essere uno scrittore.

Komm gut heim!

Aprile 26, 2018

Komm gut heim.

Mi è stato dato del maleducato. O meglio, mi si è chiesto spiegazioni: “Come mai non auguri mai un buon rientro a casa al momento di salutarsi?” Ah boh, pensai.
La buttai sul fatto culturale, più per pararmi il culo che per altro. “Sai da noi non usa, non sono abituato, non esiste in Italiano” e così via. Così chiesi a Ettore se lui era solito farlo, e mi disse di no, e così anche Husni. Probabilmente il fato ha radunato tre maleducati, ed il fatto che nessuno di noi auguri un buon rientro a casa non implica direttamente una generalizzazione del tipo: in Italia (e Giordania) non si usa dirlo. Parlando con ragazzi spagnoli (sì, ho molestato persone d’ogni lingua per chiarire ‘sta stronzata), scopro che nemmeno loro hanno una traduzione valida, e soprattutto usata. Una precisazione: “Scrivimi quando arrivi a casa” è un altro concetto, tra l’altro esasperato in molte relazioni. Io sono solito dirlo se chi ho davanti deve tornare a casa con un mezzo, magari di notte, magari con qualche birra in corpo. Qui ad Hannover, invece, ci si muove a piedi (con più di qualche birra in corpo).
Così voglio chiedere a voi, prima che leggiate il resto, siete soliti dire: “Buon rientro a casa” o “Fa’ un viaggio sereno/sicuro”?
A farmi notare questa personale (o nazionale?) anomalia sono stati una ragazza polacca prima, e un ragazzo tedesco poi. La prima mi chiese espressamente il perché, mentre il secondo non riuscì a tradurmi “Komm gut heim” in inglese, concludendo con un “Have a safe trip home”. “Komm gut heim” letteralmente significa “rincasa bene”, ma il messaggio di fondo è profondamente diverso: mi è stato spiegato che l’espressione intende “rincasa sano e salvo” o anche “arriva salvo a letto”. A LETTO. SALVO. E come ci dovrei arrivare?
Ecco, sarà che sono Italiano, e quindi incline a credere nella sfortuna, ma non trovo niente di affettuoso nell’augurare di tornare a casa salvo; la vedo più come un attrarre la sfiga. Come dire “buona pesca” a un pescatore, o “buona fortuna” prima di un esame. Come cazzo devo tornare a casa, se non salvo? E perché mai dovrebbe succedermi qualcosa?
Ok, stai esagerando, penserete. Forse sì, ma vi assicuro che se foste con me notereste questa ennesima differenza tra mediterranei e nordici: non c’è stato un greco, spagnolo o arabo che abbia mai detto “Komm gut heim” (o l’equivalente), e un tedesco che non l’abbia fatto. Probabilmente il loro è un automatismo formale che succede il “Ciao”, un po’ come quando diciamo a un amico “A domani” sapendo che l’indomani non lo vedremo, magari perché parte per l’Australia.
Oltre alla sfortuna, credo che “Torna a casa salvo” porti con sé un briciolo di terrorismo psicologico, come un’avvertenza a tenere gli occhi aperti, a badare bene di non finire nella strada sbagliata. (Come se la Germania fosse pericolosa, andassero nei vicoli…). Quando, parlando con una mia compagna di classe, le spiegai le mie perplessità a riguardo, mi disse: “Beh, è pericoloso tornare a casa da sole!” “Sì, e sarà una frase a salvarti!” Gli risposi io. E insistetti “Quante volte sei tornata a casa nella tua vita? E quant…” mi interruppe e mi diede ragione: sono veramente molestissimo quando mi ci metto.
Cinismo, maleducazione, scetticismo, chiamatela come volete, ma non ho mai avuto la abitudine di dirlo, e tutto sta nell’uso che ne fai. Da quando l’ho imparato, ho cominciato a dirlo, e tutto sommato non mi sembra di fare terrorismo: l’importante è che non lo augurino a me, o devo correre a toccare il primo ferro che vedo.

FUN FACT: La sera che ne discussi con Ettore e Husni fu un rientro a casa da un pub nelle vicinanze, dopo una serata con amici e amiche. Ci chiedevamo se eravamo maleducati, menefreghisti o semplicemente non abituati, e concludemmo che poco ci importava. Arrivati a casa, a Husni arriva un messaggio da una mia compagna di classe: “Comunque sono arrivata salva a casa.” Abbiamo riso per un’ora.

Wie spät ist es?

Aprile 26, 2018

“Wie spät ist es?”
È sufficiente una frase per capire la mentalità, non è sufficiente una vita per assorbirla.
Letteralmente significa “Quanto è tardi?” ma, come i più attenti di voi avranno già capito, viene utilizzato correntemente per chiedere l’ora. È la forma più comune ed usata e, a detta del mio Tandempartner, l’unica degna di essere memorizzata. “Quanto è tardi” però non significa “Che ore sono”. La differenza non è una sottigliezza linguistica, non è un errore di traduzione, non è nemmeno un gioco di parole di cui non capiamo il significato: è dettato dalla cultura dell’operosità, che a noi non tange.
“Quanto è tardi” non implica un ritardo, in quanto difficilmente i tedeschi non rispettano un orario. Ricordo che nella prima settimana di lezioni avevo fatto notare ai miei compagni che, nonostante non fossi mai stato il primo a entrare in classe, non ero mai arrivato a lezione iniziata, nonostante tutti i clichè possibili e immaginabili sugli italiani. Un mio compagno mi rispose così: “Non essere in ritardo non significa essere puntuale: noi intendiamo puntualità l’essere 5 minuti in anticipo, senza la fretta che caratterizza i ritardatari”. La differenza è notevole: premettendo che odio i ritardatari sistematici in quanto li reputo mentalmente disorganizzati, odio anche chi arriva in anticipo e mette una inutile, magari non voluta, pressione addosso. Secondo un personalissimo punto di vista, una accettabile puntualità varia da +1 a +10 minuti; dopodichè, sbrocco.
Qualche mese fa andammo a una festa a casa di alcune ragazze greche che avevano fissato l’inizio del party alle 21. Per quanto vi possa sembrare presto, credetemi, non è così: ancora non mi sono abituato a cenare alle 18.30 per cominciare a bere alle 20.30. Una delle “guests” ci racconta che hanno dovuto lavare per terra, mettere a posto i mobili e preparare la sala in 15 minuti, perchè già alle 20.50 qualche autoctono si era già palesato sotto casa. Noi ci presentammo alle 22.30, alla faccia della puntualità e della menefreganza, senza mettere alcuna pressione.
Tornando al “Quanto è tardi”, è un modo per esprimere in maniera diretta l’ansia del rispettare un orario a tutti i costi, sottointendendo a priori che è già tardi per cominciare a muoversi. È un meccanismo mentale che automaticamente, e quasi paradossalmente, ti spinge ad affrettarti per raggiungere l’obbiettivo nel tempo stabilito. Implica contemporaneamente l’avere qualcosa di urgente da fare, per la quale non si può tardare, e il concludere ciò che si sta facendo, in un meraviglioso ciclo di operosità, i cui frutti sono evidenti nella vita di tutti i giorni. Appena arrivato ad Hannover, infatti, la stazione centrale era un cantiere a cielo aperto: linee dei tram deviate, parcheggi provvisori, marciapiedi dissestati. Passato un mese, e non sto scherzando, tutta la piazza antestante Hauptbahnof era finita, tirata a lucido e già funzionante. Un mese fa una tempesta di vento si è abbattuta sulla città; bene, il giorno dopo tutto ciò che era considerato come pericoloso era stato transennato, tre giorni dopo nemmeno più un ramoscello intralciava strade o marciapiedi.
Queste differenze linguistiche possono sembrare stupidi giochetti per filosofi, o semplicemente inutili complessi di un pazzo come me, e magari lo sono. Ma vedendoci qualcosa di più di una semplice inflessione linguistica, ho voluto riportarvi un’altra piccola porzione di cultura tedesca, o meglio, un altro punto di vista italiano sulla cultura tedesca. Concludendo con qualcosa che non c’entra un cazzo, questa sottigliezza mi ricorda una battuta di Beppe Grillo ad uno spettacolo a Milano: “Qua per chiedere quanto costa dite “Quanto le devo”, a Genova diciamo “Quanto mi prende””.
Sottigliezze per alcuni, curiosità per altri.

REWE CHIUSO!

2
Aprile 25, 2018

È più di un mese che sono in terra tedesca, e comincio a coglierne usi e costumi. Tra ieri e l’altro ieri ho avuto due esperienze diametralmente opposte, che hanno suscitato in me due reazioni altrettanto diverse. La base di partenza è la stessa: in Germania le regole sono importanti e l’intransigenza domina incontrastata. Come potrete apprezzare in seguito, ci sono pro e contro a questa rigidità, che è al contempo ammirevole e snervante.

Due sere fa sono andato a ballare al Weidendamm, il club techno più grosso di Hannover. Locale suggestivo, due sale, 3 bar e cortile esterno. Gli ospiti della serata sono due dj francesi a me sconosciuti ma, a detta di Raphael, ragazzo bretone, molto famosi in madre patria.

Se penso a musica tedesca, penso alla techno. Il mood della serata è disteso, ricco, gioviale. I ragazzi chiacchierano e scherzano, le ragazze scivolano ritmicamente sul pavimento umido. Anche nel ballare, è enorme la differenza italo-tedesca. Questo genere è fatto per essere ballato da soli, d’accordo, ma ciò non deve implicare l’isolamento. Si può ballare da soli insieme, per quanto possa sembrare uno stupido ossimoro facebookiano. Qui le ragazze marciano come fossero in guerra: non è possibile in alcun modo avvicinarsi allo schermo di pugni e gomitate che sferrano a 132 battiti per minuto. Molte di queste sono bionde, alcune posso anche sembrare graziose al di fuori della pista da combattimento.

Tra un’ancata e un’altra, si fanno le 4.20: momento perfetto per uno mandarne una. Ci mettiamo comodi nelle panchine all’esterno, perché fumare dentro come facevano i tedeschi non ci sembrava una buona idea. Quando mai bisogna seguire quello che fanno gli autoctoni, e fare esattamente l’opposto? Così ci sediamo fuori, e mi metto all’opera.

Tabacco, cartina, fiamma e il giro comincia. Finisce il primo tra una risata e l’altra, lontani dall’essere anti-smacco. Husni la passa a me, che la passo a Mattia. Una ragazza bionda si avvicina, annusa, e ci chiede di seguirla. “Die beides” o qualcosa del genere, e così sia io che Matti ci alziamo e seguiamo la ragazza. La calma con cui ci ha chiesto di venire con lei mi ha fatto pensare al peggio, polizia, o pestaggi dai bodyguards uomini. A ripensarci, se anche lei avesse voluto prenderci a calci, saremmo usciti con il sedere pieno di lividi. Ci accompagna all’uscita, ci dice qua è vietato fumare, e ci chiede di uscire.

Non è stato assolutamente possibile arrabbiarsi o indispettirsi, anche se il livello alcolico era considerevole, perché la professionalità con cui ci ha cacciato non ci permette di far altro che andarcene. Possiamo dirle solo “Brava, ci hai cuzzato” che non penso sia facilmente traducibile in tedesco. E allora “Entschuldigung, wir weißen es nicht” e ce ne torniamo a casa. Felici, vi assicuro.

In Italia niente del genere sarebbe mai successo: se ti scoprono condividere uno spinello, innanzitutto ti strappano la canna dalla bocca e te la schiacciano al suolo, facendo bene attenzione che non rimanga fumabile. Poi ti afferrano i vestiti e, spesso senza dire niente, ti indicano la porta a spintoni e calci. È ovvio che questo atteggiamento ti provochi rabbia, scateni reazioni e crei una situazione di tensione non necessaria. O almeno, che fino ad oggi non ho mai visto come superflua.

Ho capito che c’è un altro modo per affrontare l’argomento illegalità, ed è dettato dal seguire una regola, a prescindere dalle sue implicazioni morali. “Nel locale è proibito consumare droghe”: bene, ti accompagno all’uscita e ti proibisco di rientrare, perché tu hai infranto una regola per la permanenza nel locale, in questa piccola frazione di società. Il che non implica assolutamente una colluttazione, che contrasterebbe a sua volta un’altra regola del locale, ovvero “Nel locale ogni atto di violenza è proibito”. Proibito e quindi punito, non con la violenza, ma con l’esclusione dalla festa. Perché è quello il limite che un dipendente del locale ha, e non può essere superato.

La mia giacca è nel guardaroba, la sua è rimasta dentro. Così decidiamo di provare a rientrare nel locale e torniamo davanti all’ingresso. ”Stampe bitte” Mostriamo loro il timbro. Mentre si apre per farci passare, l’altro bodyguard ci riconosce e ci chiude il passaggio, ricordando al collega che ci avevano cacciati fuori 15 minuti prima. Così anche il primo dissente, e ci augurano buona serata.

Non penso di avergli detto nemmeno “Scusateci, non lo sapevamo. È la prima volta qui..:” o qualche scusa del genere. Capisco che la regola è quella ed è stata applicata, e quindi non insisto nemmeno. Mattia chiede di poter entrare per prendere la giaccia, è così il più alto dei due si offre di accompagnarlo a recuperarla, mentre l’altro mi suggerisce con la mano dove era il mio posto, a sinistra dell’ingresso, fuori la discoteca.

Il giorno dopo passeggio con Husni in Limmestr., quando capito davanti al Rewe, supermercato tedesco apparentemente aperto. Stavo cercando un cestino dove buttare la birra finita e mi viene in mente la possibilità di avere 15 centesimi di buono invece che buttarla semplicemente in un bidone, o lasciarla a un barbone. Così, il mio animo genovese si industria per avere 15 centesimi del cazzo, entrando dentro al supermercato.

Qui sono così fatti: doppia porta, con ampio interno, nel quale c’è questo macchinario per la restituzione dei vuoti. Non è necessario entrare nel supermercato (superando le casse, ad esempio) per fare questa operazione. Entro, e bruscamente le due guardie si avvicinano a me e mi intimano di uscire perché il locale è chiuso. Vedendo gente ancora all’interno fare la spesa, non me n’ero accorto. Gli spiego che non devo comprare niente, devo solo rendere il pfand e che non devo passare per la seconda porta.

Ne ne ne ne

Giuro. Non sono riusciti a dire altro per i cinque successivi minuti, in cui provavo a spiegar loro con calma ghandiana che non avevo interesse ad entrare e che impiegavo solo 20 secondi, meno di qualunque persona all’interno.

Ne ne ne ne

Questa volta la consapevolezza di essere di fronte ad una regola infrangibile, mi ha fatto impazzire. Perchè non c’è ascolto, non c’è interazione, non c’è dialogo. “Rewe chiude a mezzanotte.”. “Nient’altro da aggiungere, mi spiace e buonanotte.” Anche se loro sono costretti a stare li ancora mezzora perché c’è una signora indecisa se comprare Kartoffeln, Zwiebel o un po’ di tutt’eddue. Non importa. “Rewe chiude a mezzanotte”, e a mezzanotte e un minuto non hai più diritto ad entrare, qualsiasi sia il problema, chiunque tu sia.

Ora che ci ripenso, questa mentalità è strettamente legata al loro successo come nazione, alla poca corruzione, all’efficienza del vivere tedesco. Ma lì per lì mi crea solo rabbia, perché non vengo capito, non vengo ascoltato, le mie necessità mi paiono più ragionevoli della loro stupidità, così mi infurio e comincio a insultarli, in Italiano, e a imprecare. Ho fatto una scenata notevole, notevolissima. E mi è rimasta l’incazzatura per tutta la serata!

Husni mi spiega che anche per lui le prime esperienze con questa mentalità sono state drammatiche. È incredibile come mi trovi più a mio agio con un Giordano piuttosto che con un Inglese, un Tedesco o un Austriaco. Culture diverse, religioni diverse, è diverso persino l’alfabeto! Eppure ci intendiamo, e tutto ciò mi ricordo successe anche in Italia quando parlai con dei ragazzi libanesi. Decido così di parlare della mia esperienza al Rewe con un compagno di classe tedesco. E da vero tedesco qual è, non ha battuto ciglio sulla reazione della sicurezza, pensando fosse cosa normale.

Ora sembra che io me la sia presa troppo, ma la cosa che mi ha fatto incazzare è che era 00.01. E non sto scherzando, era davvero 00.01. Cioè loro avevano appena fatto entrare una ragazza e un signore, fatto due chiacchiere, e aspettato la mezzanotte guardando l’ora. Appena scattata hanno pensato: “REWE CHIUSO” e gli si è spento il cervello.mCosì dai 30 ai 90 secondi dopo entra questo ragazzo, ignorante quanto innocente, che prova a far su 15 centesimi. Che ingenuo! Rewe Chiuso!