Cristalli di sale e bestie di palude

Maggio 16, 2019

Caro Diario,

ti scrivo dal Flixbus diretto verso Hannover, di ritorno da una breve pausa genovese. Con me c’è Michelle ma non Diego, rimasto a Milano ancora un giorno. Abbiamo trascorso una settimana da turisti in quella che ho riscoperto essere una terra veramente inospitale: noi Liguri siamo tanti fortunati a vivere in un posto simile quanto egoisti a non volerlo condividere con nessun altro.

Siamo così, dalla pelle scura erosa dal sale, aridi come le scogliere battute senza sosta dal mare. Diretti come i pendii, chiari come i fondali: quando un Ligure dice A non può che intendere A, e così con tutte le lettere dell’alfabeto.

Non è vero che siamo tirchi: siamo parsimoniosi. Sappiamo quanto poco vale il denaro in sé, ma conosciamo la fatica che costa guadagnarlo. La storia ci descrive da sempre come abili mercanti e tutt’ora non troverai un genovese che non provi a trattare un prezzo: risparmiare un euro non è sintomo di avarizia, ma di rispetto del valore del lavoro.

Il genovese è come il pesto: è difficile capirne la sostanza, ma è immediatamente gustosa la sua fruizione. Non ci sono due genovesi uguali, ma piuttosto diverse variazioni della stessa ricetta: c’è chi è più chiuso, e chi è invece senza aglio; c’è chi è miscio, e chi abbonda di pinoli.

Ho ritrovato amici e parenti, che come fossili non sembrano cambiare con il tempo, mentre io maturo come kaki tra le mele. Sembra come che l’aria salina cristallizzi le loro giornate, in una noiosa successione di pietre e diamanti, che, per quanto belle a vedere, non portano a nulla di nuovo.

Son stato troppo gentile con la metafora precedente, forse perché si parlava di amici e parenti; se mi tocca citare anche gli altri genovesi, non posso che parlare di bestie di palude: ti osservano, poi ti salutano, e alla fine ti sorridono, il tutto senza allentare i tentacoli dal terreno putrefatto sul quale vivono. Come fiere schifose, se indegni di uscire dalla palude, vogliono quantomeno che tu ti sporchi le scarpe con loro, perché non riescono ad accettare chi riesce a respirare fuori dall’acquitrino.

Ho rivisto i Carruggi, sacri e maleodoranti come li ho lasciati. Mi sono ricordato cosa sia la crisi economica e quanto mi faccia soffrire vedere così tante serrande abbassate: pochi temerari resistono o investono, in un ricchissimo tessuto culturale destinato all’estinzione. Temo che l’unica possibilità di rinascita sia una svendita totale della città al business del turismo: se così fosse, dovremmo dire addio alla timida bellezza di Genova, alla segretezza dei suoi portoni, alla varietà delle sue piazzette.

Mi sono riconciliato con il mare, quell’orizzonte perenne che pone la fine alla fatica di ogni giorno. La natura del mare è dinamica, imperituro il suo romanticismo, la sua valenza duplice: apre Genova al mondo, favorendo gli scambi commerciali quanto le invasioni piratesche. Chi, come noi, è cresciuto in questa terra salata, trova insipido ogni paesaggio che non preveda il mare. Le città di pianura non potrebbero essere che laboriose: la mancanza di un orizzonte visivo, l’assenza di un tramonto sul mare ti intrappola in una frenetica e boriosa routine.

Ora è tempo di dormire, il viaggio che mi allontana dalla mia patria è solo cominciato. Ci rivedremo quando il magone per la città supererà il mugugno dei suoi cittadini: fino ad allora, saudade.

La Grande Balena Blu

Maggio 16, 2019

Cosa spinge l’uomo a volare?

Sarà forse che la vita è troppo banale?

Che l’inverno è lungo da passare?

Che una bimba russa non sa ballare?

Un giorno un matto mi ha detto

Che la pazzia è solo un concetto,

Si esprime in solo mezzo secondo

In quanto tempo si scappa dal mondo?

Mi ha chiamato il curatore

Mi ha mandato un altro video

Piango musica dal cuore.

La vita è leggera come il vetro

A sedicianni, non si parla

Ci si sveglia come niente

4.20 sulla sveglia:

Lavaggio della mente.

D’improvviso tutto il mondo

Crolla in meno d’un secondo

Nessun segno di pazzia

Nessuna briciola sulla via.

Qua si vive tutti sullo stesso filo

E a nessuno importa se non voglio essere vivo.

Chi giocherà con me adesso?

Chi lancerà quest’ultimo sasso?

Non conosco i miei mandanti

Ma so già come finisce

Loro nella Storia, io nei Santi

Chi inventa, mai perisce.

Sono quasi all’ultimo piano

Video pronto in una mano

Mostri e bestie ora ascoltatemi

lascerò una traccia, un post: “Perdonatemi”.

Giuditta

Maggio 16, 2019

Dolce è la paura di star sola

Persa nei fumi di una sigaretta

Nel caldo abbraccio che ti consola,

Che ti riporta in vetta.

Le pelli stridono

Come ciniglia contropelo

Le labbra ridono

Imbarazzate dietro un velo.

Le mani scivolano sul divano

Giocano a non toccarsi,

Sul petto si cercano invano

Giocano a non sfiorarsi.

Perché giocando parliamo,

Bambini in un asilo per adulti

Comunichiamo e ci conosciamo

Finché non lo trovo, indi esulti.

Il fastidio di recitare una parte

Vanifica coi nasi nello schiocco

Tu sei più tu, sparisce l’arte

E Modigliani ne dipinge l’occhio.

E che occhi, e che tempesta

Di fiumi di sangue e sputo

Un rovo in fiamme, un rogo resta

Fino all’ultimo pelo sparuto.

Della Giuditta che conobbi allora

Rimane la testa nella mano:

Anch’essa mi ricorda ancora

Che si cade, pur scivolando piano

Anch’essa mi ricorda ancora

Che si muore se si sta lontano.

Miele al miele, pane al pane

Riscendiam su questo mondo

Forte chiaman le campane

A lasciar il nostro girotondo.

In uno show, finita la scena

Gli attori posano le maschere

Si scambiano occhiate di cera

E si ripetono frasi oscene.

Come si distingue una facciata

Fatta di stucco e gelatina

Da una faccia innamorata

Rughe cariche di serotonina?

Le risposte galleggiano morte

Su d’un tonico lussureggiante

Pensa che vita avere tale sorte

Saper che dire al primo passante

Le risposte affondano schive

Dentro un gin fragola amaro

Invidio spesso la sorte di chi vive

In quell’attimo dove tutto è chiaro.

Uno spuntino di sesso mattutino

Un contorno tra le risate grasse

Aliti pesanti da una serata di vino

Come se niente più mi bastasse

Aliti di fumo del primo mattino

Dopo un caffè che ci svegliasse.

E mentre cerco una categoria

Che mi spieghi chi son io

Ho trovato una nuova via

Che mi guidi in questo brusio.

Ho alzato la testa.

Marzo 20, 2019

Oggi ho alzato la testa al cielo, che era bellissimo. Una folta coltre di nubi marciava dalle colline striate verso il centro di Vienna. Qualche lampo sparso abbagliava l’orizzonte lontano. Ne capivo le ombre dietro ai grossi palazzi di periferia che, immobili, mi escludono quotidianamente lo sguardo. Il vento incoraggiava le soffici nuvole a un lento rollio celeste. Il cielo faticava a palesarsi nello spessore bianco che ci separava. Ogni tanto, e mai nello stesso luogo, una piccola porzione di oscurità vinceva sul preponderante candore della serata. L’esatta antitesi di quanto avviene sulla Terra. Non mi è mai capitato di fermarmi a fissare il cielo così a lungo.

Le nuvole chiare e il cielo scuro non erano gli unici attori dello spettacolo andato in scena stasera. Le stelle, fioche e schive, non trovavano il coraggio di recitare la loro parte. Così è la Natura: non di regole, non di leggi, ma di attimi sempre cangianti si nutre questo magnifico motore immobile. La protagonista dello spettacolo è la luna, che non tradisce le aspettative. Oggi è vicina, grande, vitrea. Sembra più fragile quando avvolta in così tanto cotone. Le nuvole la ringraziano per la luce che tanto le qualifica, e come vere debitrici le danzano intorno provando a sedurla.

Nessuna osa porsi tra me e lei, nessuna mai le ruberebbe la scena. Comunque girino i venti, la primadonna si ricava un cerchio di mutevole grandezza e forma tramite il quale irrora le nuvole più vicine, più fortunate, fino ad arrivare ai palazzi che mi circondano, al mio terrazzo, sul riflesso dei miei occhiali. Resto ipnotizzato dalla danza cordiale dei cumuli attorno alla regina del cielo. Prima di ora, non ho mai realizzato quanto sia importante il rispetto nei confronti di chi ti dà la luce.

Non è tutto. Il vento continuava a sussurrare la direzione alle pecorelle disperse, suggerendone le forme. Il cielo, come il mare, è una trappola dello sguardo per chiunque, come me, soffra di romanticismo. Il suo moto irregolare sforma lo spazio, senza tempo. D’un tratto, nei miei occhi, il dinamismo si fissò in un affresco michelangiolesco. La lucerna tagliava la coltre, risaltandone i ciuffi e gli sboffi. Pareva quasi che la luna, stanca della sua compagna fumosa, provasse a immortalarla in un quadro, per poi rendermela ad opera finita.

Ma se la quiete non è nient’altro che una pausa nervosa dal moto perpetuo, e questi non è nient’altro che una minuziosa sequenza di istanti unici e indivisibili, come è possibile spiegare il tremante dinamismo dei nostri vicini celesti, che siano essi statuari e sfuggenti? A cosa serve quindi studiarne le formule, se il caso fa da burattinaio? A quale scopo, prettamente umano, si cera di trovare un senso alla natura? o il senso della natura?

Le domande si accatastavano una sull’altra, confondendo le risposte. Ritorno in me. Guardo il cellulare. Quant’è vero che la felicità si misura negli attimi vissuti a mani libere. Nella mia testa, in un’ora, un’esplosione emotiva mi ha lasciato un pensare leggero e il naso all’insù. Quella diavoleria ci sta rubando pensiero e postura, ma noi ancora crediamo ci renda felici. Che senso ha studiarne gli ingranaggi e gli algoritmi, perché migliorarne la funzionalità, solo per distrarci maggiormente dalla felicità che ci circonda? Perché investire sull’esperienza tattile dell’IPhone e non sulla totalità sensifica della natura?

Ancora rabbia, e quindi nuove domande. Ancora domande, poche risposte e quindi nuova rabbia, unita a tanta voglia di studiare. La luna sta suonando un assolo e qualche stella, timida, muove i primi passi nel cielo terso. Pensando alle cose terrestri, mi son perso la rivoluzione nel cielo. Così fan sempre tutti gli uomini: se s’inciampano incolpano la strada, senza mai guardarsi i piedi.

La canzone della suora sola

Febbraio 21, 2019

RIT: X2

Penso allo spazio e alla presenza di acqua e fuoco

Come può un Dio infinito, creare così poco?

Penso alla gente, al contadino e al suo dottore

Come può un Dio saggio, privare a qualcuno la ragione?

Pomeriggi d’inverno a contare siepi alla collina

Fruendo d’occhi e cuore dalla sera alla mattina

Godendo l’opera di Dio in tutta questa torta via:

Ha pensato proprio a tutto, tranne a farmi compagnia.

Le giornate vanno lente tra preghiere e penitenze

Sempre sola nella campagna collinosa di Firenze

Qua nessuno ha da fare, l’ozio è il vizio principale

L’invidia per chi parte verso un paradiso in Capitale

Non c’è frutto che maturi in mezzo a tutta sta vecchiaia

Il fuoco sta scemando e non c’è più un ramo giù in legnaia.

RIT: X2

Penso allo spazio e alla presenza di acqua e fuoco

Come può un Dio infinito, creare così poco?

Penso alla gente, al contadino e al suo dottore

Come può un Dio saggio, privare a qualcuno la ragione?

Le mie Sorelle stanno bene, non si stanno a lamentare

il destino ha voluto unirci insieme una notte col temporale

Non di sangue, nè di fede, ci accomuna il tempo insieme

A cantare forte a Dio e a fare giri per le Chiese.

Siamo donne differenti per virtù e sentimenti

A me piace alzare il mento verso il cielo quando è aperto

Scruto tutto l’Universo per cercarne un verso certo.

Ma più guardo intorno a me e più chiarisco la mia fede:

Dio è ovunque: dentro me, sulle stelle e le comete.

Ma più guardo intorno a me e più chiarisco la mia fede:

Dio è ovunque: dentro te, sulle stelle e le comete.

RIT: X2

Penso allo spazio e alla presenza di acqua e fuoco

Come può un Dio infinito, creare così poco?

Penso alla gente, al contadino e al suo dottore

Come può un Dio saggio, privare a qualcuno la ragione?

P402 (Call Malta!)

Febbraio 21, 2019

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

“Pronto Buonasera, qui è la Guardia Costiera
di notte e di giorno a salvar vite per la galera

mi dica cosa vuole dal nostro Stato Italiano
Siam la Guardia di un paese civile e cristiano.

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Vada dritto! Su, si muova!
Chiami Malta! Chiami ancora!

Non abbiamo barche in mare,

gente in porto e alla stazione:

chi è di ruolo si sente male

non è assunto o va in pensione.

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Se può farmi un favore io le chiedo se può urlare

Il segnale è disturbato e il suo inglese fa cagare

Mi può dire il suo nome, la sua barca, il suo dove

Quanti aghi hanno i pini e quanto dista il grande Giove

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Chiami Malta! Su coraggio!

Fa anche caldo, è fine Maggio!

Non è tempo per mollare

Tintarella, Spiaggia e mare

Non dovete mugugnare

Se questa vita è un funerale.

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Buonasera, chi si sente, siam la Guardia nuovamente!

Signora Malta non capisce, quella nave è evanescente

È un miraggio, un errore, un infame sabotaggio

Non ricordo il suo nome e chi è di turno oggi

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Spesso l’uomo non ha colpa

Quando agisce non la sconta

E la pecora la testa abbassa

Quando lesto il lupo passa

Intelletto e ragione non vanno d’accordo

Chi ama col cuore nella mente è sordo.

Call Malta! Call Malta! Call Malta eeee Call Malta!

Il pianeta solitario

Febbraio 21, 2019

Come avete fatto per anni

a guardare fissi le stelle

Senza mai far caso a me

e alle mie tante gemelle?

Non vedete il calore che

Divampa in me senza sosta?

Non trovate che si possa

Vivere senza nana rossa?

RIT.

Vivo libero dalla gravità del più pesante

Del più influente, del più importante

E comunque vivo in questo spazio e tempo

Senza leggi di stato e di moto

Libero di fissarmi una meta, di fissare il vuoto.

Alle domande che vi pongo

Risponderete tutti in coro

Come trovarti in quel vuoto

Senza luce che batte in volto?

Come pianeta vi propongo

Di non dare troppo peso

Anche solo un momento

Alla vista in quanto senso.

Se guardate con la ragione

Se toccate l’immaginazione

S’ascoltate con l’intelletto

Direte quell’ancor non detto.

RIT.

Vivo libero dalla gravità del più pesante

Del più influente, del più importante

E comunque vivo in questo spazio e tempo

Senza leggi di stato e di moto

Libero di fissarmi una meta, di fissare il vuoto.

Ora così mi trovo a spasso

Senza rotta senza padroni

Tra le galassie dello spazio

Libero e vivo d’emozioni

Se ti sembra un fine triste

Pensa ora a quel che vivi tu

Obbligato a far interviste

Ad una stella bianca e blu

Per cui ruoti la tua vita

Senza giocare la partita

Mentre io scelgo il cammino

La direzione, il mio destino.

RIT.

Vivo libero dalla gravità del più pesante

Del più influente, del più importante

E comunque vivo in questo spazio e tempo

Senza leggi di stato e di moto

Libero di fissarmi una meta, di fissare il vuoto.

Verrà il giorno che smetterò

Di vantare la mia fortuna

Troverò un pianeta gentile

A cui fare da nuova luna

O magari un altro sole

Per cui girare tutte l’ore

O soltanto un buco nero

Su cui fare un cimitero.

Quel che so è che ci spero

E so che solo vali meno

Troverò mai la compagnia

Che viva di me e d’anarchia?

Amare follemente

Novembre 24, 2018

Immaginate di essere povero in canna. Non è difficile di questi tempi, tanto meno per studenti come noi. Lavorate poco e male, vivete sulle spalle dei genitori e dovete razionare il cibo per arrivare alla fine del mese.

Immaginate di innamorarvi follemente e si sa, l’amore non è frutto della ragione. Ma voi siete pazzi d’amore e questa pazzia vi porta a promettere all’amata ciò che non avete, e che probabilmente mai potrete avere: una casa per la nonna, una macchina per la madre e un lavoro per i figli. Poi le assicurate il diamante più bello e le nozze più sfarzose; e poi vacanze, viaggi, vestiti e chissà cos’altro.

Così lei si invaghisce. Per carità, magari già le piacevate, ma le vostre promesse valgono più di quelle dei vostri rivali d’amore, e quindi per quelle vi sceglie. Così arriva il momento di realizzarle, perché sapete che solo da quelle dipende il suo amore per voi: siccome soldi non ne avete, ipotecate la casa per prendere l’anello e vendete il garage per per prenotare la luna di miele.

Ma ciò non basta per saziare l’enorme aspettativa che avete creato, quindi vi recate in banca, dove però non vi prestano un euro perché siete senza proprietà, senza reddito fisso e dalla carriera poco promettente. Così, sfanculando gli impiegati (che peccano solo di tutelare i propri interessi), vi rivolgete alla banca di papà e mamma: l’amore, come detto, è folle e il loro amore per voi li spinge a rinunciare a una parte della pensione per pagarvi un prestito. Prestito che voi sicuramente non potrete sostenere, altrimenti la banca non avrebbe fatto problemi a indebitarvi ulteriormente.

Con la pensione dei vostri genitori comprate la casa per sua nonna, ma anche ciò non è abbastanza, non è all’altezza di ciò che le avete promesso. Così, ancora pieno di folle amore per lei, decidete di rivolgervi ad uno strozzino per regalare una macchina a sua madre. Senza fermarvi a pensare un momento a ciò che state facendo, procedete a muso duro, passo dopo passo, step by step fino a raggiungere il vostro traguardo. Per finire l’opera, interpellate il mafioso di paese affinché trovi un lavoro al figlio del vostro disgraziato amore, e quindi riuscite nell’impresa di soddisfare tutte le sue aspettative, atto finale di un amore proclamato e poi realizzato.

Lei, incredula per quanto avete sofferto per renderla felice, vi ama altrettanto follemente. E in questa follia vi chiede di avere un figlio da lei, e una casa per voi. Ma un figlio è cosa grossa, un figlio rappresenta il futuro. Un figlio è una svolta, è una buona ragione per ragionare. E così, in un attimo di lucidità, realizzate che avete un debito con uno strozzino, che si potrà rifare sul vostro bambino; capite che avete stretto un patto con la Mafia che non si può cancellare rimanendo vivi, e un orfano non piace a nessuno. In un istante comprendete che nemmeno i vostri genitori possono più aiutarvi, né con i soldi, né con il tempo: il nuovo mutuo ha portato tuo padre a tornare al suo vecchio lavoro, e non ha tempo e forze per un eventuale nipotino. Intuite che persino l’ipoteca sulla casa è un fardello che il piccolo erediterà, oltre ad essere un vergognoso ricordo dell’amore scriteriato di suo padre per sua madre. E così le dite di no, niente bimbo. E per ciò lei vi lascia.

Rimanete così solo, indebitato e di nuovo raziocinante. Per un solo attimo di lucidità, per un unico pensiero coerente con la vostra realtà avete perso l’illusione della vittoria, con in bocca un amaro, ma verissimo, gusto di colpevolezza.

Questo per dire cosa: non è assecondare le promesse elettorali che rende il popolo più felice e benestante, tanto quanto non è votare chi fa promesse più roboanti che ci porta ad avere governanti migliori e più capaci. Eravate senza dubbio innamorati, e tutte le promesse fatte in campagna elettorale valgono come ogni “per sempre” che si scambiano gli amanti, ma ora che siete lucidi pensate: cosa siete disposti a inventarvi ancora per poter dare un figlio a questo Paese?

Domande e risposte

Settembre 29, 2018

Spesso ho più domande che risposte, e questo mi fa ben sperare. Se fosse il contrario, sarei sicuramente più sicuro di me e di ciò che mi circonda, ma sarei altrettanto cieco e superbo. Quando mi pongo una domanda, per quanto stupida (ad esempio: l’uso dei monopattini/monocicli elettrici modificherà il nostro modo di camminare?), provo a darmi una risposta secondo quel che so, che non è mai abbastanza da convincermi della sua ragione. Per questo mi sento debole, limitato: non riesco nemmeno ad auto-convincermi.


Vi chiederete: come è possibile avere più risposte che domande? L’esistenza delle due non è reciprocamente confermata? Assolutamente no, e ve lo mostro con due rapidi esempi. Innanzitutto, a una domanda possono corrispondere più risposte “vere”, nel senso soluzioni diverse allo stesso problema, secondo diversi punti di vista (o ideologie…). Quindi non c’è proprietà biunivoca (vi ricordate analisi matematica?) tra l’insieme domande e quello delle risposte, la funzione non è reversibile.


Maggiori problemi sussistono nel secondo esempio: spesso accade che chi ha le risposte più certe è chi se le è fatte suggerire. Quante volte avete sentito la stessa risposta alla stessa domanda, posta a persone diverse (ma votanti dello stesso partito)? Se ognuno pensasse a-ideologicamente, ci sarebbero infinite risposte valide, e quindi nessuna risposta. Persino la scienza, che si batte contro i pregiudizi e gli stati di fatto, non verrebbe in aiuto con una unica soluzione universalmente accettata. Quando sussiste questo caos? Quando ognuno si è posto una domanda, e si è dato una propria risposta. Quando, invece, gli uomini decidono di essere pecore, si hanno governi più efficienti.


La divertente peculiarità dei nostri giorni è una crescente sfiducia negli esperti e nei tecnici accoppiata a un cieco fanatismo politico-propagandistico: A è A se lo dice il Ministro Caio, ma A non è A se a sostenerlo è il dott. Sempronio.


C’è un quindi a questa storia? Provo a darvi il mio: domandatevi quali sono i vostri problemi, prima di accettare le risposte su come risolverli. Non dubitate dell’altro in quanto indegno di fiducia, ma criticatelo per mettere alla prova le vostre teorie. Dopo una lotta di idee, la più forte vince, e potrebbe essere la tua come la sua. L’importante è non affezionarcisi troppo e lasciarla andare quando si deve.

Il merito, la fiducia e la competenza

Agosto 31, 2018

Non è luminosa la strada che ci si prospetta davanti: il regresso sembra aver preso posto al progresso, chi parla di futuro è stato sostituito da chi si lega al passato, chi dispensa globalismo adesso deve subire trombe avverse che gli ritorcono contro la sua stessa musica. Queste sono solo conseguenze politiche di un declino che, invece, coinvolge tutta la società: la crisi della fiducia e delle competenze.

Dopo decadi di abuso della parola “meritocrazia”, questa è stata spogliata di tutte le sue sfaccettature, per divenire una gruccia su cui appendere la giacca del qualunquismo: “Eh ma se ci fosse più meritocrazia qui… La meritocrazia in Italia non esiste…” ecc. ecc. Secondo molti, la meritocrazia è l’antagonista della corruzione: il potere a chi lo merita, e non a chi lo compra.

Non è proprio così: meritocrazia, etimologicamente, significa esattamente “il potere del merito”, che non è però il potere dei meritevoli, né tantomeno è contrapposto semanticamente a chi il potere già lo possiede, lo gestisce e lo dispensa a suo piacere. In questo caso, il merito è inteso come un premio al sudore, una promessa di redenzione dopo una vita di stenti (simile al concetto Cristiano, specialmente Luterano, di vita dopo la morte). Al contrario, il merito è l’oggetto premiato (e non il premio), così come è il merito a essere ricompensato, e non il meritevole in sé. Il meritevole perde il merito quando viene scavalcato da chi ne ha più di lui, e quindi, in una società meritocratica, il succedersi di classi dirigenti dovrebbe essere costante. In Italia, invece, il merito non viene considerato come riconoscimento di sforzi o competenze, ma piuttosto come un premio alla persona per quelle azioni puntuali che, una volta presentate come geniali, vere e imperiture, gli attribuiscono un merito di regale durata.

Ma chi decide l’esistenza, e l’entità, del merito? Nelle aziende, solitamente la responsabilità viene delegata al dirigente, al capo, all’ufficio HR. Nella sfera pubblica, queste figure sono rimpiazzate da giudici di competenza, da capi politici ed amministrativi o, più raramente, dal popolo stesso. A queste persone tocca un compito divino di valutazione delle azioni, secondo la dicotomia del bene e del male, ma non solo: è bene che la ricompensa sia bilanciata al bene (o male) portato dall’azione in questione. Questo compito di sacra imparzialità e integro bilanciamento è spesso impugnato da uomini e donne di umana fattezza, e quindi di debole caratura morale. Questo è il più grosso problema della meritocrazia: pretende un giudizio imparziale di uomini su altri uomini, definendo chi fa bene e chi no, assumendosi quindi una responsabilità morale che non è insita nell’uomo come individuo, ma nell’umanità in toto. Ciò nonostante, si richiede alla parte di giudicare il tutto, secondo ovvia parzialità, e raramente questa riesce a essere obbiettiva per capacità fisiche e intellettuali, o debolezze morali. A ciò consegue il peggior male della meritocrazia, che è il riconoscimento degli immeritevoli, esclusi dal potere per natura, volontà o possibilità, e costretti a vivere in un inferno terrestre, in balia del potere dei meritevoli.

Bisogna quindi stare attenti a osannare la meritocrazia, in quanto potere del merito, perché intrinsecamente divisiva. Il merito, inteso da Young come somma di intelligenza “congenita” e impegno, va riconosciuto secondo meritorietà: è moralmente accettato che chi merita di più abbia di più (secondo un famoso concetto Marxista, ma con radici che corrono sino ai tempi di Cristo), senza però implicare che i primi si arroghino il diritto di scrivere le regole del gioco, economico o politico, in modo da potersene successivamente avvantaggiare. La società deve avere una organizzazione secondo meritorietà, ovvero criterio del merito, e non secondo meritocrazia, cioè potere del merito: quest’ultimo, infatti, ha la tendenza classica di ogni potere ad arroccarsi e giustificarsi, in modo da sopravvivere il più lungo possibile, creando di fatto una élite autoreferenziale.

Lo stagnamento del potere nelle mani di pochi meritevoli suscita la rabbia degli esclusi. La meritocrazia funzionerebbe solo in uno Stato di ideale fluidità manageriale, in cui i capi si succedono senza interessi di potere, senza brama di governare. Nel mondo di oggi, dopo decadi di ispirante “meritocrazia” mai ottenuta a pieno, gli esclusi non hanno solo smesso di lavorare per il merito, ma hanno cominciato a criticare tutte le regole su cui si basa il giudizio del merito stesso. A seguito di ripetute ingiustizie, infatti, i costumi tendono ad accettare le ingiustizie come giustizie e viceversa, capovolgendo il quadro dei valori e quindi l’essenza della società. Se chi viene promosso è chi ruba, tutti rubano per essere promossi; se l’omertà vince sul coraggio, gli omertosi avranno più potere dei coraggiosi.

Ma come può un omertoso essere onestamente potente? Tutte le contraddizioni nate da una distorta meritocrazia perpetrata nel tempo, in cui il merito era personale e quindi riconosciuto secondo favori e regole private, e non secondo, ad esempio, il concetto di bene pubblico o di impresa eroica/patriottica, si accumulano una sull’altra, preparandosi a straripare. La fiducia nei confronti di chi doveva giudicare viene a mancare, siccome chi viene promosso non è mai chi lo merita oggettivamente, ma soggettivamente: prendere i figli del capo da scuola vale di più di un buon lavoro alla scrivania, e così anche un complimento alla moglie, una bottiglia di vino, o una mazzetta. Il concetto di competenza va dissolvendosi, diventando pura commissione, in quanto chi occupa il posto di potere non lo ha meritato per conoscenza dimostrata, ma per servizio reso, e quindi non gli compete: non solo la macchina funziona male, in quanto ha ingranaggi nei posti sbagliati, ma si presta a essere pessimo esempio di meritocrazia anche per le altre macchine a lei vicine che, a causa del peggior virus esistente al mondo chiamato corruzione, si infettano e inceppano a loro volta.

Le persone non si fidano, e le istituzioni non funzionano: il sistema Stato è così un malato cronico, in cui le poche eccellenze vengono spesso oscurate dai enormi cancri sistematici. Chi detiene la fiducia, non merita la competenza; chi si fida del merito, non ottiene la competenza; chi ha competenza resta quindi, infine, senza fiducia e senza merito. E chi riesce a competere senza la fiducia di superiori, pari e sottoposti? E chi riesce a ottenere fiducia senza apparente merito, o peggio, riconoscendosi alcun merito e perdendo la fiducia in sé? In poche parole, chi riesce a lavorare efficientemente, se isolato e incompetente?

La fiducia negli uomini e tra gli uomini, da non confondere con la Fede, è il collante delle società moderne e il carburante del progresso. Dai tempi in cui si tramandavano leggi e leggende, in forma orale prima e scritta poi, il giovane uomo si fida degli insegnamenti di maestri, guru, adulti e anziani in genere, perché più esperti e competenti nella sopravvivenza alle avversità della vita: questi raccontavano storie di Dei e catastrofi, guerre tra animali e uomini, usi e costumi di ogni genere con il fine di preparare i giovani alle situazioni peggiori che la vita ti poteva presentare. Con il tempo, il continuo avvalorarsi delle storie raccontate hanno confermato nell’uomo, consciamente o meno, la veridicità delle stesse, cominciando un percorso di credenza subconscia a fenomeni ripetitivi: l’uomo ha imparato a credere che ogni giorno il sole tramonta e sorge incontestabilmente.

Questo processo di fiducia nella verità confermata è poi alla base delle scienze dal suo principio cartesiano, e poi rivoluzionato nei termini da Popper con il principio di falsificabilità: nessun numero di esperimenti può dimostrare il vero, ma uno solo può confutarlo. L’uomo ha così passato da credere ciecamente al fatto che il sole sorge e tramonta ogni giorno (che è di per sé vero, ma non ancora dimostrato, quindi appartenente alla sfera delle credenze dogmatiche), al dimostrare la sfericità della Terra, la rotazione dei pianeti e la loro rivoluzione. Sino a che i moti del sole nel cielo non furono spiegati, imperatori (e stregoni) hanno sfruttato l’ignoranza dei sudditi (o credenti) minacciando di fermare il sole a proprio piacimento, o a discrezione del Dio (o dei) in forza. Oggi, nonostante i Terrapiattisti e qualche estremista religioso, nessuno si sognerebbe di utilizzare i moti celesti come leva per minacciare o spaventare qualcun altro.

La perdita di fiducia nei vari campi, come nella moralità (cosa è bene, cosa è male?), nella giustizia (cosa è giusto, cosa è sbagliato?) o nella scienza (cosa è vero, cosa è falso?), è quindi un male gravissimo, regressista, che porta l’umanità a prima della tradizione orale, e quindi alla sua accezione animale: mi fido solo di ciò che vivo in prima persona, conosco unicamente ciò che vedo, sento o gusto, in un grande individualismo animale che niente ha a che vedere con l’uomo moderno, scientifico e razionale sviluppatosi negli ultimi 400 anni. Come dice Harari, l’uomo è individualmente inferiore a uno scimpanzé (ad esempio in termini di sopravvivenza allo stato brado); contemporaneamente però, se dovesse esserci una guerra, o una sfida, tra 1000 scimpanzé e 1000 uomini, il risultato sarebbe scontato.

Il problema non è la perdita dei valori tradizionali, perché a questi se ne succedono di nuovi. La questione non è l’alterazione della moralità, che è anch’essa relativa a spazio e tempo, e da sempre soggetta a rivoluzioni. Il dramma sta nel fatto che il disegno di declino odierno ci suggerisce un futuro di miscredenze scientifiche e di dogmatismi politici, in cui chi confuta è nemico dell’opinione pubblica; in cui chi si esprime con ragione ha la stessa valenza di chi opina a sentimento. Quando la pancia domina la testa, l’uomo diventa lupo e sbrana il branco.

La meritocrazia, intesa come statica vittoria dei meritevoli, invece di dinamica successione di meriti diversi, non è la soluzione a tale regressione. Vedo solo nel metodo scientifico, applicato a tutti i campi, la soluzione a tale irragionevolezza: solo con la forza della razionalità, solo grazie all’indipendenza della confutazione scientifica, solo tramite la rigorosità strutturale del metodo scientifico è possibile fermare questa degenerazione. Il perché è da trovarsi in una caratteristica intrinseca della Scienza post-popperiana: la verità non è dimostrabile, ma le menzogne sì. Il problema dell’uomo come individuo è che non vive abbastanza per verificare menzogne storiche, politiche e ideologiche che gli vengono propinate dalle classi dirigenti: l’unica sua salvezza, in quanto uomo, è di fidarsi di altri uomini che, prima di lui, o in altri posti sulla Terra, hanno studiato gli stessi fatti e ne hanno dato simili spiegazioni.

La fiducia è quindi il primo problema di oggi, e l’unica soluzione per un domani.