La periferia di Vienna non vive in tedesco.

Luglio 19, 2019

Ottakring, mercoledì pomeriggio d’estate. Il cielo sereno e la temperatura mite mi convincono ad abbandonare lo studio e ad andare al campetto. Ad Ottakring ce ne sono diversi: il mio preferito si trova davanti alla imponente chiesa di Ottakring. Hasnerstraße, ponte della ferrovia e poi a destra dopo l’angolo con la farmacia.

A Vienna ho scoperto l’importanza di spazi pubblici frequenti. Le file di palazzi che si diramano dal centro alle più remote periferie sono regolarmente interrotte da piccoli spazi verdi. Un paio di alberi, qualche panchina sparsa, un campetto da calcio o da basket. Se si è fortunati si incrocia un praticello, o un quadrato di sabbia in cui giocare a beach-volley. Quando nessun ragazzo gioca, questi si trasformano in una fantasia di castelli di sabbia e buche profonde una decina di centimetri.

Quattro adolescenti giocano “porta a porta”, mentre uno li osserva in disparte. Stufo di non partecipare, o magari affranto dal non saper giocare, si allontana e raggiunge una comitiva appollaiata sulla panchina fuori dalla gabbia metallica. Fumare sì che è per tutti.

Dall’altro lato della grata ci sono due canestri con le retine, metalliche come il tabellone. Il gesso bianco integra le linee sbiadite che delineano il campo in miniatura. Quelle rare volte che la palla- lanciata senza grazia da un paio di ragazze- entra a canestro, un sinistro rumore di catene le esalta, spronandole a ritirare.

Un gruppo di bambini urlanti irrompono nel campo, prendendone possesso con quella prepotenza innocua che solo i bambini si possono permettere. Il gioco che più li sollazza consiste nel lanciarsi la palla addosso. Mi ricorda quando giocavamo a palla avvelenata nella palestra del liceo, se non fosse per la spropositata violenza di periferia con cui scagliano certe sassate. Un lancio più forte del dovuto innervosisce un bambino- che si lancia imprecando contro il suo avversario. La baruffa ha un che di comico nel suo sviluppo. Il bambino più alto prova a far da paciere, mentre i due amici imitano goffamente la posizione di qualche boxeur veduto in televisione. La scena attira l’attenzione degli adolescenti nel campo adiacente- che vengono a far valere il loro essere “grandi”. A quell’età, è più la forza a legittimarli che la maturità. Un ragazzo robusto, più alto di me, si mette in mezzo alla discordia, obbligando i litiganti a scuse feticce. L’assicurazione alla giustizia è stato l’unico frangente in cui si è parlato tedesco.

Capisco che le dinamiche con cui si è agito sono familiaristiche- se non familiari. Un gruppo di mamme ascoltano musica orribile ad alto volume, fumando sigarette e bevendo birra. Un paio di mc nuggets accompagna il loro chiacchierare, senza interromperlo. Sputacchiando e starnazzando, gettano un occhio preoccupato sulla lite nella gabbia, senza muovere un dito. Appena i giudici intervengono- ritornano al loro inconcludente meriggiare.

Un paio di adolescenti, dai lunghi capelli biondi e la carnagione chiara, camminano ridacchiando tagliando il parco nel mezzo. Al passaggio di fronte alla panchina, i cinque ragazzi alzano contemporaneamente la testa dai giochi sullo smartphone, mentre le viandanti lo abbassano imbarazzate sulla strada, secondo una perfetta complementarità.

Un piccolo cane annusa l’aria pesante tormentata dal fumo di un barbecue. Come lui, anche io mi chiedo curioso da dove provenga quel buon odore di carne alla brace. La padrona invece non sembra preoccuparsene. Fuma freneticamente, come se questo non fosse un pomeriggio sereno al parco. “Chissà cosa la affligge”, penso. Poi, girando lo sguardo, noto una delle mamme increspare le labbra rifatte per prepararsi ad un selfie a braccio teso vero l’alto, decisamente troppo old school. “Forse niente” aggiungo.

Un signore sulla sessantina guida lento un passeggino gigantesco, da cui spunta il viso tondo di un neonato esagitato. Quello che credo sia il nonno fa smorfie e movimenti bruschi per distrarre il bimbo dal suo pianto isterico- senza sortire alcun effetto. Poco dopo si ferma, siede sulla panchina e parcheggia il passeggino al suo fianco. Con calma esemplare, pulisce la pipa con gesti minuziosi. Prepara il tabacco, sfila i fiammiferi dal taschino della camicia e accende la pipa con un tiro lungo ed esperto. Il bambino, forse rasserenato dalla maestranza del nonno, riposa dolcemente.

Tutto, e dico tutto, ricorda il mio quartiere d’infanzia. Le faide, lo sport, le ragazze, la insormontabile differenza d’età. Le lezioni di vita imparate a suon di spintoni, le punizioni della collettività che passano tramite le mani dei più grandi, il senso di appartenenza a questa o quella famiglia, la coesistenza forzata di bambini violenti e bambini vittime. Tutto- davvero tutto- mi ricorda casa. E come a casa, anche qui nessuno parla tedesco.

Grazie Tinder

Aprile 17, 2020

Grazie Tinder perché ho imparato

parole che mai avrei pensato

persone che mai avrei incontrato

culture che mai avrei amato.

Grazie Tinder perché ho scoperto

Che il buon libro è quello aperto

Che il tempo scorre a passo svelto

E che l’altro bello è quello diverso.

Grazie Tinder perché mi hai dato

la chance di scoprire un certo mio lato

curioso del tutto, bamboccio del fato

che ad un cazzo non aveva mai pensato.

Grazie Tinder per aver distrutto

Tutti gli ipocriti intorno ad un lutto

Le vecchie morali del buono e del brutto

Le alte barriere del fard e del trucco

Grazie Tinder per tutte le trans

e quanto piaceranno a questi suoi fans

viste le bio e tutte ste avance

di sicuro non stanno con il cazzo in man

Grazie Tinder perché ho vissuto

Amori di una vita in meno di un minuto

Emozioni di un giorno lasciati da un saluto

Passioni di un’ora vestite con lo sputo.

Grazie Tinder per aver liberato

Ogni ninfea dal proprio peccato

Ogni marea dall’urlo strozzato

Ogni idea dal proprio steccato.

Grazie Tinder per aver fatto scuola

per avermi fatto capire che ora

se una donna non sempre è suora

ogni suora è pur sempre signora.

Domenica di pioggia

Aprile 9, 2020

Hai mai pensato

a quanto è solo il mare

quando piove

e nessuno lo va a guardare?

Hai mai pensato

a quanto è triste il mare

quando piange

e nessuno lo va a consolare?

Quanti sapori hai

pioggia sahariana

Che colori porti

dall’Africa al giardino

Tu viaggi sul mare,

voli sulle isole

Cadi senza voglia,

bagni chi ti è vicino.

Domenica di pioggia

la voglia non si sveglia

la goccia sulla roccia

che scava e non impregna

che senza dubbio bagna

e la città rimette a galla

mentre lagna con veemenza

se la legna bagna e sdegna.

Domenica d’inverno

serranda bassa e fumo

là fuori c’è l’inferno

alla porta oggi nessuno

se non un prete bruno

che lavora senz’aiuto

se non un vecchio solo

che racconta d’esser muto

Domenica di ozio

il tempo pare fermo

e con lui anche lo spazio

le coperte fanno un grembo

in terra qualche ammazzo

per aria un forte olezzo

mi rigiro e “ma che cazzo!”

tutta cenere sul letto.

Domenica di quiete

mi alzo a mezzogiorno

spinto dalla fame e sete

mal di testa di ritorno

barcollo verso il bagno

mentre apro il frigo vuoto

nel burro sciolgo un uovo.

“dove spreco il mio guadagno?”

Domenica di nuovo

piove come l’altro giorno

è un ciclo questo mondo

è un circo senza porno

vola alto sui trapezi

si contorce nei tessuti

e da noi che siam vissuti

nascon solo lagne e screzi.

Uno scoglio libero

Marzo 10, 2020

Per chi volesse scoprire un angolo anarchico nella ricca Capolungo, Villa Luxoro è una chicca imperdibile. I lussuosi giardini si gettano sul mare, l’orizzonte s’increspa sul promontorio di Portofino. Affacciati sul golfo si respira l’odore salato del vento di mare, che sbatte sul muraglione e risale violento.

Il viale d’ingresso della villa. Da notare l’arancio selvatico in salute, il prato in ordine, segnaletica antinfortunistica e i piedistalli vandalizzati.

Villa Luxoro è stata costruita tra il 1901 e il 1903 su progetto dell’ingegnere Pietro Luxoro, ispirata alle ville nobiliari genovesi sei-settecentesche. Una targa testimonia il soggiorno dei sovrani piemontesi nei primi anni ’30. Finita la guerra, Matteo Luxoro, rimasto senza eredi, dona la villa e il parco al Comune di Genova, affinché se ne faccia un museo alla memoria di Giannettino Luxoro, mancato durante il conflitto.

Dal 1951 è sede del Museo Giannettino Luxoro, esempio cristallino di abitazione borghese della Genova di inizio Novecento. Notabili i mobili, gli arredi, le tele e una rara collezione di presepi del 1600 e 1700. La collezione è stata vittima di un furto nell’Aprile del 2016: dieci opere, tra cui un prezioso Magnasco del valore di 30mila euro, sono state portate via da ladri professionisti.

La situazione odierna è di chiaro abbandono. L’accesso al Museo è al momento chiuso per lavori di manutenzione, definiti “improrogabili”[1]. Nel Settembre 2019 alcuni vandali hanno distrutto le due grandi sfere di cemento che, da più di un secolo, segnavano l’inizio del viale alberato.

Quando il mare è alto, ci divertiamo a gettare areoplani di carta verso il flusso ascendente, che spesso rigetta i leggeri velivoli. Raramente l’aeroplano supera la corrente esterna, più burrascosa, per poi rimaner sospeso dolcemente a due metri dal parapetto, come sostenuto da un soffio delicato. Poi il vento cessa e la sagoma, in un attimo, sparisce.

L’accesso al mare è possibile tramite un unico scoglio scuro, largo quattro metri e lungo una decina, lievemente inclinato. Nella sua parte più alta, ragazzini si esibiscono in spettacolari tuffi carpiati. In fondo, qualche ragazza chiacchiera sul ciglio combattendo il caldo, con i piedi ammollo.

Di tutta la villa, questo è l’unico punto dove è possibile accedere al mare. Ma con che difficoltà! La scalinata, sporca e dissestata, conduce dalla villa ad una terrazza panoramica con una ringhiera e due posti a sedere ricavati nella pietra. Qui la scritta: “Tenere pulito. Questo è uno scoglio libero per gente libera.”

“Questo è uno scoglio libero x gente libera. Respect!”

Due ragazzi scavalcano attentamente la ringhiera, appoggiando un piede alla volta su una pietra miliare. Superato l’angolo del terrazzo, guadano un ruscello in secca e percorrono, rasenti al muro, un mattonato a taglio, aggrappandosi ad un fil di ferro ancorato alla parete. Cinque, sei metri in tranquillo equilibrio, un paio di salti sui gradini in cemento e si scende sullo scoglio. L’accesso è volutamente arduo ed innocentemente pericoloso.

Le ripetute segnalazioni di una villa soprastante hanno richiamato l’attenzione dei vigili sulla pericolosità dell’accesso, probabilmente lamentandosi degli schiamazzi adolescenziali che spesso rovinano la quiete del posto. Scoglio libero, accesso libero. I Carabinieri, invece, sono già a conoscenza del posto per via di un giro di spaccio da parte di una vecchia guardia che ora non bazzica più la zona.

Più volte ho incrociato la pattuglia scendendo la villa, e mai che mi sia stato detto di tornare indietro.

L’accesso allo scoglio è quindi pericoloso o proibito? Nel primo caso, una scala in cemento che sostituisse la ringhiera ed arrivasse alla base dello scoglio avrebbe risolto il problema. Costo ridicolo, effetto risolutivo. Ma se così fosse, non ci sarebbe motivo per articolare un mugugno simile. Come i più attenti di voi avranno già intuito, nessuna scaletta ha reso l’accesso sicuro. Piuttosto, una palizzata ha bloccato l’accesso superiore alla scalinata dissestata che porta allo scoglio. Costo risolutivo, effetto ridicolo.

Non vi stupirete alla notizia che la palizzata non ha resistito tre giorni prima di essere divelta. Al momento, i due pali sradicati poggiano a mezz’aria in un equilibrio precario; la rete si ripiega all’altezza degli occhi, gli estremi dei fili zincati puntano l’iride di chi desideri scavalcare e scendere verso il mare.

Se ancora una volta l’accesso non è stato proibito dalle forze dell’ordine presenti, se l’accorgimento della palizzata si è rivelato un tapullo inconsistente, quale è lo scopo dell’azione prodotta? Cosa ha portato l’amministrazione, o chi per loro, a decidere di negare l’accesso di uno scoglio anarchico con una palizzata in legno e rete metallica di un metro?

Per cominciare, l’amministrazione è sollevata da ogni responsabilità legale una volta issata la palizzata e chiuso il cancello principale d’ingresso: se scavalchi, sono cazzi tuoi. La tutela da possibili atti legali è la prima preoccupazione che una amministrazione si pone. Ed è triste. Poi vi è un altro aspetto fondamentale, ossia economico: una scala a norma di legge costa molto di più di una palizzata. Ed è palese.

Sorge quindi spontanea una domanda: quale è la funzione dell’amministrazione? Quella di risolvere i problemi, o di non addossarsene altri? Riducendo il discorso all’essenziale: quale è la strategia dell’amministrazione locale nell’affrontare i problemi che sorgono, considerando la limitatezza del suo budget finanziario? Ad oggi, la risposta sta nella rimozione del problema, e non nella sua soluzione. In altre parole, si nasconde la polvere sotto il tappeto.

Come sappiamo dalla psicoanalisi, la rimozione del problema crea un effetto di apparente quiete esteriore, provocando invece inarrestabili turbe interiori, traumi irrisolti, destinati a crescere nell’ombra. E così la staccionata viene scavalcata, la pericolosità aumenta e la possibilità di intervenire da parte delle forze dell’ordine viene ostacolata. Il posto diviene così un ambiente di nuovo adatto allo spaccio, riparato da un ulteriore muro provvisorio; le segnalazioni crescono e l’amministrazione è costretta ad intervenire nuovamente.


Quante palizzate si dovranno costruire prima di capire che il loro costo limitato non risolve un problema complesso? Una domanda che pare retorica, ma trova invece una risposta precisa. Con una buona approssimazione, possiamo stimare che il costo di una palizzata sia 1000 EUR[2]. Dall’altra parte, la costruzione di una scala di cemento armato di 5 metri ha un costo di circa 5000 EUR[3].

Il calcolo finale può risultare semplice anche a chi in matematica non ha mai preso un 6: 5000/1000 = 5 palizzate. Questo è project management di base applicato ad un problema comune. Grazie a ciò, sappiamo quante volte quella palizzata dovrà essere ricostruita prima di poterci legittimamente chiedere: ma forse, non costava meno fare una scaletta?


[1] http://www.museidigenova.it/it/content/museo-giannettino-luxoro

[2] Costo derivato dal prezziario ligure dell’edilizia pubblica, calcolato come somma di:

  • Costo pulizia straordinaria verde ≈ 300 EUR;
  • Costo realizzazione palizzata ≈ 700 EUR;

[3] Costo inclusivo di spese relative a materiali, messa in opera, smaltimento rifiuti; è ricavato da ricerche desktop di preventivi online.

Canzone per un amico

2
Ottobre 26, 2019

RIT. X2

Se la vita è una balla,

Amico balla

Se la vità è una tromba…

Amico suona

Mai chiederò per favore

Passami una birra fresca

L’amaro in bocca che resta

Come chi perde in amore

Non tu- che ami e vivi

Non tu che affondi e schivi

RIT. X2

Se la vita è una balla,

Amico balla

Se la vità è una tromba…

Amico suona

Mai vincerò la paura

Di perdere subito tutto

Adesso non vesto a lutto

Mi sveglio senza premura

Perché ho te, amico mio

Perché con te, non serve Dio

RIT. X2

Se la vita è una balla,

Amico balla

Se la vità è una tromba…

Amico suona

Mai chiarirò il cielo

Quando piove nero

Aspetteremo il sole vero

Senza nuvole- senza zelo.

Che vuoi fare, rivoluzioni?

Che pensi di potere, rivelazioni?

RIT. X2

Se la vita è una balla,

Amico balla

Se la vità è una tromba…

Amico suona

Mai capirò gli innamorati

La forza dello sbagliare

Le lacrime sull’altare

Affondare restando legati.

Che il legame sia letale

Amico mio, non letame.

Che il legame sia letale

Amico mio, non letame.

Tra il niente e il tutto

Luglio 22, 2019

Caro diario,

Sono stati giorni impegnati, pieni di quelle piccole avventure che a malapena vale la pena raccontare. Avrei voluto metterne giù qualcuna, ma il tempo per scrivere era veramente poco. Ho passato infatti 10 giorni di inferno, all’estenuante ricerca di una casa in terra tedesca. Dopo qualche giorno di B&B, Mattia e Mariangela mi hanno ospitato da loro per circa una settimana. Sono stati molto gentili e comprensivi nei miei confronti, e io ho ricambiato con qualche spesa e presto donerò loro un po’ di vero pesto genovese, tanto prezioso quanto buono lontano da casa.

Dopo qualche rocambolesca avventura, che prima o poi vi racconterò in maniera del tutto fortuita, mi trasferisco a Dreyenstr. 9, dietro Glocksee. L’appartamento è in uno studentato “elitario”, come l’ha definito Ettore, dove ognuno ha una camera, e comprende due bagni e uno spazio comune. Al momento sono felicemente solo in tutto l’appartamento, e la camera è molto nuova e spaziosa.

Al mio stesso piano, al lato opposto del corridoio, vivono Ettore e Sahan, il suo coinquilino iraniano. É un ingegnere che lavora come ricercatore alla Leibniz, musulmano praticante e di vedute piuttosto ampie. Molto curioso della nostra cultura, spesso ci fa domande sull’idea occidentale di religione, Stato e sesso, e noi curiosi quanto lui chiediamo a nostra volta di spiegarci il suo punto di vista. Quanta ricchezza creiamo in una piccola stanza di uno studentato, solamente parlando e conoscendo.

Qui rivedo la famosa citazione di George Bernard Shaw in merito alla superiorità dello scambio culturale rispetto a quello materiale: immaginate di essere con un amico avere una mela a testa, una rossa e una verde. Tagliate così la mela a metà e quella metà la scambiate con l’altro, e vi sembrerà di integrarvi con lui, ma avrete comunque una sola mela. Se invete siete con un ragazzo proveniente da un’altra cultura e entrambi vi scambiate un’opinione, alla fine del dialogo sarete entrambi ricchi il doppio di quanto non foste prima. Se avete orecchie per ascoltare, e bocca per ben parlare, potete puntare ad essere i più ricchi del mondo, e lo sarete se anche il vicino sarà pronto come te ad arricchirsi.

L’altro giorno sono andato a comprare marijuana al parco vicino a casa. Lo so sembrerà un cambio di discorso improvviso, ma così non è. Era domenica pomeriggio, il sole splendeva, e il fiume che divide il parco dalle case popolari rifletteva i raggi del sole con una casuale intermittanza. Era domenica pomeriggio, e tutti si godevano il giorno di riposo facendo una bella passeggiata, approfittando del bel tempo. E io con loro, ne approfittavo per smaltire la sbornia della sera prima. Mi siedo sulla panchina su cui erano seduti altri due ragazzi, uno centrafricano e l’altro mahgrebbino, intenti a girare una canna.

”Hallo, wie geht’s?” chiedo al ragazzo africano

”Alles gut, bei dia?”

”Es geht, danke. Eine Zehna?”

“Sicher” mi risponde repentinamente. Poi attacca a parlare in un tedesco masticato e incomprensibile, alchè lo stoppo con la classica frase „Entschuldigung, aber mein Deutsch ist sehr schlecht.” Che poi continua con un “Kannst du langsamer sprechen?” se è un tedesco, oppure “Konnen wir Englisch sprechen?” se uno straniero, tantopiù incomprensibile come questo.

Questo cambio di lingua deve aver facilitato anche lui, perché tutto felice mi chiede da dove vengo a cosa faccio qui. Io gli chiedo lo stesso, e scopro di aver davanti un somalo di 35 anni, appena arrivato da 5 anni in Svezia e 8 in Italia, a Udine. Vedendomi interessato a proseguire la conversazione, mi chiede se voglio restare a fumare la canna che stava girando, ed io accetto. Parliamo per 20 minuti io e questo ragazzo, mentre il maghrebino stava più sulle sue, e diceva di non saper parlare altro che tedesco e arabo.

A un certo punto, passa una coppia di ragazzi tedeschi, ariani quanto ci si può immaginare da un tedesco. Si fermano 5 metri prima della nostra panchina, scendono dalla bici, e la spingono titubanti davanti ai nostri occhi per una quindicina di metri, in totale silenzio. Così risalgono sulla bici e riprendono a pedalare.

Questa scena gela i ragazzi a fianco a me, e io ammutolisco con loro. Questo è il razzismo 2.0, condito da una dignità schifosa, senso di superiorità e pregiudizio del tutto simili a quelli degli anni ’30. Io sono abituato a un’altra forma di razzismo, violenta quanto brutale, ma quantomeno fondata su un’ignoranza insalvabile, e quindi che mi provoca compassione. Questa forma di ignoranza invece è borghese, e quindi modificabile in sè. Venendo dalla stessa estrazione culturale, sono sicuro che sia così.

Io ho imparato che ti può insegnare più un viandante per la strada che un amministratore qualsiasi, e viceversa, e che se offri una guancia al prossimo quello ti darà un bacio, e raramente uno schiaffo. Non dico che avrebbero dovuto salutare, nè tantomeno mettercisi a parlare come ho fatto io, ma quantomeno non dimostrare di sentirsi in una situazione di pericolo, in quanto non poteva esserci alcun tipo di pericolo in quel frangente. Tre ragazzi, di cui due forse non proprio raccomandabili, seduti su una panchina un giorno di sole, a chiacchierare beatamente, senza degnare di uno sguardo i passanti. Ora, che senso ha fermarsi, attirare l’attenzione, e poi riprendere una volta superato l’ostacolo?

Nessuna logica, solo paura nata dall’ignoranza. Perché quello che loro sanno degli immigrati è che rubano, e chi glielo dice solitamente è una TV o un parente, spesso ariano quanto loro. E non mi riferisco a tutti gli ariani, ma a quei due che tanto mi hanno fatto arrabbiare, e tanto male han fatto al mio amico somalo.

In questa cornice c’è tutto il discorso della ricchezza fatto in precedenza, e spero di portare altri esempi di vita a supporto della tesi. C’è il ragazzo somalo, disponibile a parlare e a raccontarmi qualcosa di sè, ad ascoltare un giovane ragazzo italiano e, magari inconsapevolmente, ad arricchirsi; il ragazzo mahgrebino, che l’unica cosa che ho capito di lui è che ascolta solo musica araba e non gli piace il reggae, e chiuso nella sua sfera arabo-tedesca non è interessato a fraternizzare e ad arricchirsi, costruendo muri di pericolosa ignoranza; ci sono i due ragazzi ariani, che terrorizzati dal pregiudizio, ma rimanendo germanamente composti, ci hanno fatto notare il loro disagio al nostro confronto, quando potevano ignorarci come tutti i passanti avevano fatto fino a quel momento.

Poi ci sono io, incosciente ragazzo italiano che vuole scoprire il mondo e, forse un po’ ingenuamente, crede che ciò muova in tutte le persone, e per questo motivo vuole conoscerne ogni sfaccettatura. Il fascino che esercita il potere del ricco è tanto quanto il fascino della ricchezza di un pover’uomo che stenta ogni giorno a mettersi a dormire.

Spesso penso che non vorrei mai essere in nessuno dei due posti, per godermi meglio il viaggio della mia vita da una via centrale ma separata, a equidistanza tra il niente e il tutto, che si intenda denaro o amore per la vita. Così dal centro potrò ammirarli entrambi, e scrivere di uno e dell’altro, senza tentazioni o precipizio.

Apologia della plastica

Luglio 19, 2019

I vostri stupidi lamenti para-ambientalisti mi hanno stufato.

Non è difficile, di questi tempi, fingersi sostenitori di questa o quell’altra idea: basta condividere indignati un post superficiale, seguire una pagina populista o, nei migliori dei casi, scrivere la propria opinione faziosa e densa di cattive influenze. In qualsiasi caso, senza approfondire il discorso. Io, che di superficiale ho solo la pelle, mi diverto invece ad andare un po’ oltre allo slogan, per scorgere quegli antri nascosti che stanno dietro ad ogni problema.

Immaginatevi un problema come una bella spiaggia tailandese: sabbia bianca, acqua cristallina, verdi montagne a picco sul mare. Ecco, io sono quel rompicoglioni che non si accontenta di godersi il paesaggio così com’è, accoccolato sul telo, ma prova ad infilarsi nelle grotte segrete, ispeziona i fondali con maschera e bombole, si perde nei boschi alla ricerca di frutti e animali esotici, scruta i granelli di sabbia per coglierne gli spigoli.

Perché ogni notizia, come un bel paesaggio, cambia a seconda della prospettiva. Ma soprattutto, la weltanschauung, o visione del mondo, si ribalta e si riassesta secondo la conoscenza dell’ambiente che sta dietro quel paesaggio, o quella notizia.

Notizia non recente è quella dell’isola di plastica, di dimensioni pari alla Francia, che galleggia nel Pacifico, creata dall’uomo e cullata dalle correnti oceaniche. Da qui, una stupida e inutile campagna anti-plastica si è diffusa sul web, con tanto di boicottaggi e proteste social.

La plastica è un ottimo materiale. Non fosse così, non sarebbe così diffusa. Ora, mentre state leggendo, provate a contare quanti oggetti che contengono plastica, tra vestiti e cianfrusaglie, avete addosso. Comincio io: ho gli auricolari, gli occhiali, la maglietta, suppongo i jeans, l’accendino, il portachiavi, le mutande, forse i calzini e le scarpe. Praticamente tutto tranne cintura e portafoglio, rigorosamente in pelle di mucca.

La plastica è un materiale ottimo per una serie innumerevole di ragioni. In primis, è prodotta a basso costo. Economico, s’intende. Inoltre, la plastica è un materiale incredibilmente duttile e versatile: può essere rigido, flessibile, colorato, trasparente, resistente o fragile. Si può declinare la plastica in così tanti modi e per così tanti usi che, tecnicamente parlando, è più corretto usarne il plurale: le plastiche. La nostra società dipende dalle plastiche, ne siamo assuefatti: ormai la produciamo e consumiamo senza nemmeno renderci conto degli effetti, come ne fossimo abituati. E non solo grazie all’influenza dei grandi gruppi petroliferi, cari inermi complottisti.

Da un punto di vista ambientale, il costo è sicuramente elevato. Produzione e riciclo delle plastiche producono emissioni, il loro deterioramento avvelena l’acqua, quindi i pesci e di conseguenza noi. WWF stima una media settimanale di 5 grammi di microplastiche ingerite per persona. Le più comuni sono il polipropilene e il polietilene tereftalato.

No, non sto provando a farvi una supercazzola. E per semplicità le chiameremo sempre plastiche. Ma quelle prima citate, le “innominabili”, sono le plastiche più comuni che adoperiamo tutti i giorni. Il polipropilene varia dallo zerbino al tappeto, dal paraurti al cruscotto della macchina, dallo scolapasta all’etichetta delle bottiglie, includendo la custodia dei CD (ah, bei tempi), i bicchieri e le posate di plastica e così via. Il polietilene tereftalato, più comunemente PET, pesa due terzi della produzione globale di bottiglie e boccioni per le bevande.

State cominciando a capire l’entità del problema? Avete messo in dubbio l’irrisorio contributo, per quanto positivo, di un boicottaggio occasionale della plastica nei supermercati di qualche ricco paese occidentale che, comparato con quanto produce e inquina il sistema-mondo, diventa ridicolo e anacronistico?

Anacronisti, sì, vestiti da progressisti dell’ambiente. Spostate il vostro odio, visto che mai riuscirete a placarlo, dal particolare al generale, dal materiale al sistema produttivo: il consumismo è nemico dell’ambiente, non la plastica consumata.

Virate, amici, e puntate i vostri cannoni verso la filosofia dell’imballaggio, e non il materiale dell’imballaggio. Perché se domani, paradossalmente, tutta la plastica al mondo venisse sostituita da materiali organici e non cancerogeni, il rimpiazzo verrebbe prodotto e consumato altrettanto velocemente, in un loop senza fine.

Cioè voi davvero credete che il problema di una bottiglietta d’acqua stia nel PET e non nel suo ciclo di consumo irrisorio? Così fosse, cari ambientalisti, non avete capito niente di sostenibilità.

Ecco quello che penso io: sostenibilità significa garantire che il sistema produttivo consumi quell’ammontare di risorse che è destinato al suo tempo, senza quindi precludere, o meglio rubare, le stesse risorse alle generazioni future. Nell’etica della sostenibilità, si aggiunge anche il non sottrarre con la forza, che sia essa fisica, economica o finanziaria, le risorse alle generazioni presenti di altri continenti.

Torniamo all’esempio della bottiglietta d’acqua, e ragioniamo per cicli di vita. Premessa filosofica: la società tecno-capitalista moderna si fonda sul concetto tutto Cristiano del tempo come linea storica: passato nefasto, presente peccaminoso, futuro redentore. La Natura è creazione di Dio in mano agli uomini, che grazie alla tecnica possono controllarla ed ammansirla. Questi due assiomi conducono inevitabilmente alla mancanza di un limite, tipico della cultura greca, che porta ad un consumismo predatorio che saccheggia e distrugge senza coscienza.

Torniamo, dicevo, all’antica idea di limite e di ciclo: ogni prodotto, così come ogni montagna e ogni moscerino, ha un inizio e una fine. La plastica viene prodotta dal petrolio, materiale essenziale per l’industria energetica contemporanea e ragione di innumerevoli conflitti.

Il petrolio è un fossile: prestiamo attenzione a questa parola, sempre abusata nel contesto dei combustili. È un fossile, come quelli delle prime conchiglie, delle proto-piante, dei dinosauri. La teoria più accreditata fa risalire la formazione del petrolio a centinaia di milioni di anni fa, nel paleozoico, quando organismi microcellulari presenti nell’acqua, sotto l’effetto di batteri anaerobi e agenti chimici, si sono lentamente trasformati in cherogene e poi, grazie a sedimentazione e cracking, in petrolio.

Centinaia di milioni di anni è il ciclo di formazione della materia prima delle plastiche. Questo ci potrebbe già bastare per dire, ragionevolmente, che l’impiego di oli fossili non è sostenibile in alcun impiego. Ma non basta.

Una volta cambiato il materiale, come ipotizzato in precedenza, il sistema produttivo attuale continua la sua perversa devastazione ambientale. Ed è lì, e non sulla formazione delle materie prime, che possiamo agire.

Supponiamo quindi di avere una plastica ricavata da un materiale con un ciclo di vita molto più breve del milionario petrolio: diciamo 1 anno, come provenisse da una pianta. Considerando la rapidità con cui si produce e raffina in serie una bottiglia, il tempo di produzione è assolutamente trascurabile.

Siccome viviamo in un’economia globale, produzione, raffinazione e stoccaggio avvengono in posti differenti, e quindi il tempo speso consta principalmente nel trasporto da fabbrica a fabbrica, da paese a paese. Trascurando gli effetti nocivi delle emissioni da trasporto, supponiamo un tempo complessivo, dall’estrazione materia prima alla fruizione, di 6 mesi. Stima molto ottimistica. Ora abbiamo la nostra bottiglietta in mano e siamo pronti a berla. Acquisto, consumo e destinazione a rifiuto avvengono in meno di un’ora.

Facciamo una bella proporzione? Un ciclo di un anno e mezzo esaurito in un’ora significa un rapporto tra tempo di produzione e tempo di consumo pari a 13.140. Supponendo che il riciclo abbia un’efficienza del 100% (fisicamente impossibile data la seconda legge della termodinamica), e assumendo un tasso di riciclo del PET pari 20%, il rapporto scende a 10.512. Cioè, in altre parole, la rapidità con cui utilizziamo la bottiglietta è 10.500 volte maggiore della velocità di produzione. E stiamo parlando di bioplastica!

Spero che ora, amici, avete chiaro che il mio accanimento contro il consumismo prescinde dal materiale utilizzato. Una nuova cultura della produzione deve nascere; una cultura che preveda un ciclo di utilizzo dei prodotti quantomeno paragonabile a quello della loro creazione. Una cultura che non produce per consumare, ma per durare, in cui l’arte di realizzare non viene annichilita dalla tecnica del consumo.

Breve post-fazione filosofica, che se siete arrivati a leggere fin qui non vi annoierà di certo: il consumismo, cioè creare per distruggere, è la massima espressione dell’ospite inquietante chiamato nichilismo. Non c’è uno scopo, né un perché: si crea per creare ancora. Un cinghiale affamato che partorisce all’unico scopo mangiarsi i propri figli. Arriverà il giorno che il cinghiale, secondo leggi di Natura, non sarà più fecondo e morirà di fame, avendo dimenticato come cacciare. Dov’è quindi il senso in questa autoconservazione autodistruttiva?

Quale soluzione? Beh, miei cari, troppo credete nelle mie facoltà se mi ponete una domanda simile. Una luce di cristiana speranza è però identificabile nel riuso, più ancora che nel riciclo. Concetti come il vuoto a rendere devono sostituire il mono-uso, così da allungare il ciclo della vita degli oggetti. La produzione di imballaggi dovrebbe essere riportata ai livelli precedenti gli anni ’80, decennio dell’esplosione delle plastiche alimentari. Le uova, così come il latte, possono essere trasportate in grandi casse o barili e poi dettagliate al consumatore, che non usa imballaggi usa-e-getta, ma contenitori duri e duraturi. Così il riso, la pasta, la farina, le mele, e la stragrande maggioranza delle vivande che acquistiamo.

Spero di non avervi troppo confuso le idee, amici ambientalisti, con questa apologia della plastica; che poi non consiste in una difesa incondizionata del materiale, e ben vengano nuove forme di plastica che non siano fossili. Il mio tentativo mira ad orientare la vostra rabbia non sui materiali, che cambiano e cambieranno così come indicato dalle leggi della moda e del mercato, ma piuttosto sul retrosistema che ne governa lo sfruttamento.

In breve, non si può accusare la plastica del paraurti di causare un incidente stradale mortale.

Estate

Luglio 8, 2019

Contare il tempo in sigarette

Per fumarsi un po’ di noia

Curvi su un balcone di tabacco.

Appuzzare una birra fresca,

Corone di acini e ciliegie.

File di formiche golose

Passeggiano, pugno nella mano.

E pensare che niente era così:

Timidi sguardi in compagnia,

Baci rubati in metropolitana

Tormenti, passioni, gesti

Accumulati senza ritorno

La speranza di un bimbo ingenuo

Con un boomerang di emozioni.

Limitarsi per non aprirsi,

Aprirsi ma non ferirsi,

Ferirsi per poi amarsi.

E ci siamo forse amati?

Combattemmo il timore del cuore

Chiuso nei suoi confini sicuri?

Una panchina sul Danubio

Dove sedersi non è lo scopo

Ma il mezzo per parlarsi:

Grazie, Sabrina, di quel giorno

Ho capito che anche io posso sbagliare.

Ma ora che ogni voglia superflua

mi siddia, il tempo delle parole

buttato in pasto

ad un telefono rovente;

Ora che una richiesta di affetto

Pare un disperato lamento

Di un amante rassegnato:

Proprio qui, dove me lo hai negato

Piango la sua assenza.

Le tue lacrime invece,

(Linfa preziosa di un corpo esile)

Le ho conservate in un barattolo

Di loro sarà la fine più lieta:

Faran nascere amore,

Una pianta nel tuo arido cuore.

Che l’estate ti avvolga i seni sudati

Ti liberi la mente

Da impegni futuri e passati:

Questa è la tua estate,

Giovane e calda

questo è il tuo tempo

Precario e sfrenato

In questo puerile girotondo,

tu ne sei il centro

Futtitin’ del mondo

Quando puoi avere l’universo.

Non esistono capitoli inutili

Nel grande libro della vita

Ogni dettaglio, ogni concetto

Arricchisce la sua lettura.

Quello che abbiam scritto

Un fiume di parole senza virgole,

Un inizio senza maiuscola,

Un canto d’amore soave

Che affascina i suoi lettori

E ne affligge i protagonisti.

Che ne sapranno gli altri

Di quanto ci siamo urlati

Quel giorno, senza ritegno;

Ma che ne sanno i gufi

Di quanto ci siamo amati

In quel nostro letto,

In cui fosti solo una rifugiata?

E dei gesti d’amore semplici

Un sorriso, un abbraccio;

E di quelli complessi

Una sorpresa, una caccia:

Chi ne ha preso nota?

La storia che scrivemmo

Rassomiglia a tutte l’altre opere:

Sta a noi sceglierne il finale

E ai criticoni, il giudicare.

Si faccia avanti quel qualcuno

Che meglio sa chi siamo noi:

Noi, confusi e frastornati,

Sappiam solo di essere un noi.

Così ti lascio, Sabrina

Ad un futuro prossimo

In cui il sicuro è un finale aperto,

Dove il certo è un mostro scuro.

La nuvola di dubbi

Che ci offusca la vista

È nebbia che copre fitta

(Gelosa di sguardi divini)

Tutto quel che abbiamo costruito

Di così terreno, così umano.

E come ogni uomo morirà,

Sì: moriremo anche noi,

Ma impara quest’ultima lezione:

Di noi non conta il corpo

Ma il segno che ci ricorderà.

A noi nulla è dato

Se non un simbolo di verità.

TAV sì o TAV no?

Maggio 31, 2019

Header image source: https://ec.europa.eu/inea/ten-t/ten-t-projects/projects-by-priority-project/priority-project-6

Quante volte abbiamo assistito ad un dibattito con questa domanda, e alla fine non siamo comunque riusciti a formulare una risposta? Beh, non c’è da stupirsi: del resto, in Italia, le discussioni finiscono sempre per essere litigi, e gli esperti si trasformano troppo spesso in tifosi.

Proverò quindi a fare un ragionamento completo, ma sicuramente non esaustivo, sul tema TAV, che prescinda (per quanto possibile) da ideologie o prese di posizione a priori.

L’argomento va snocciolato secondo i diversi temi che questi tocca: l’impatto ambientale, la crescita economica, l’assetto strategico, la sua funzione sociale. Difficilmente, quando si ragiona di grandi opere, si può accantonare anche solo uno di questi aspetti.

Cominciando con un breve excursus storico, proverò a sottolineare le criticità dello sviluppo del progetto che hanno portato a un siffatto ritardo dell’inizio dei lavori. Checché se ne parli dai primi anni ’90, il progetto è stato ufficialmente depositato grazie ad un accordo di partenariato tra Francia, Italia e UE nel 2001, nell’ambito del maxi-programma TEN-T, dedito a rinforzare le infrastrutture interne all’Unione Europea e a facilitare la connessione tra gli estremi del continente.

Source: http://ec.europa.eu/ten/transport/maps/doc/axes/pp06.pdf

La tratta Torino-Lione, ufficialmente chiamata Asse Prioritario 6 e in precedenza Priorità 5 (buffo che una priorità si procrastini tanto, vero?), è parte di una più lunga tratta che dalla transalpina Lione, passando per Torino, Trieste, Lubiana e Budapest, arriva sino al confine ungherese con l’Ucraina. Ciò, come prevedibile, crea scontenti al di là del confine orientale, in quanto si tenta di avvicinarsi “pericolosamente” all’Ucraina, quando le trattative per la sua entrata nell’UE non erano ancora cominciate (e non si prevedeva un simile shock interno dovuto al naufragio dell’annessione dell’Ucraina all’UE).

Sfatiamo subito un mito: non è vero che la TAV serve ai Torinesi per andare più veloce a Lione. Innanzitutto, la nuova linea non è destinata a passeggeri: come vedremo più avanti, questi non è un particolare da poco.

Parlando di merci, non è possibile pensare che un’opera tanto grande non crei benefici economici (in gergo tecnico spillovers) a tutte le aree circostanti: un esempio dalla nostra Genova è rappresentato dalla possibilità di allacciare il famoso Terzo Valico a questa nuova linea per favorire lo scarico e scambio di merci dal porto non solo alla pianura padana ma persino oltralpe. Vi ricordo che, date le nostre infrastrutture obsolete e innumerevoli altre lacune, il porto di Rotterdam ha un’area di influenza che spazia su tutto il territorio Francese, Svizzero, Tedesco e persino Italiano, siccome è meglio collegato al continente e possiede una capacità di smistamento delle merci altamente superiore a quella genovese.

Source: www.ilsole24ore.com/

Contemporaneamente, alcune criticità riguardo l’efficacia dell’opera, il suo effettivo impatto economico e le troppo ottimiste previsioni di crescita del traffico hanno sollevato dubbi riguardo la funzionalità nell’opera e alimentato i venti contrari alla sua realizzazione.

Nei fatti, le previsioni di crescita del traffico di mezzi pesanti lungo i trafori esistenti del Frejus e Monte Bianco sono state assolutamente fallaci. Il traffico ferroviario sull’intero arco alpino occidentale è sceso dai 50,8 mln/tonn del 2001 a 38,1 mln/tonn del 2009 (-25% in 9 anni), per poi risalire a 42,4 nel 2016 (complessivo -16,5% in 15 anni). Specificatamente per il Frejus, il traffico ammontava a 11 mln/tonn nel 1997 e precipitava ai 2,9 del 2016 (-73,6% in 19 anni).

Source: Wikipedia

C’è un’altra questione macroeconomica da considerare: per quanto il traffico in Europa diminuirà, i costi di trasporto aumenteranno. Questi costi sono in stragrande maggioranza pagati dagli Stati Membri coinvolti, quindi Francia ed Italia, e solo parzialmente dall’UE, pesando così sul debito pubblico italiano, già abbastanza elevato di suo. Come riportato da “Green TEN-T”, il sito-web del gruppo parlamentare dei Verdi Europei dedicato al progetto TEN-T (vi prego di non pensare agli ambientalisti europei come a quelli nostrani: non ostacolano ogni opera, soprattutto se questa aiuterà lo scambio ferroviario invece di quello stradale, ma piuttosto producono studi critici sull’impatto dell’opera):

Economic concerns are another problem. As traffic declines in the future, the cost of transport will increase. The Milano-Salerno high-speed train line is the best negative example of this. Even the high ticket prices of this line are not enough to pay back the long-term investment and the daily operational costs. Investment costs are mainly paid by the Member States, and only partly by the EU. The high costs would lead Italy to contract new debts; and it already has one of the highest debt to GDP ratios in Europe

Migliorare le infrastrutture per garantire una maggiore competitività del tessuto commerciale italiano è sicuramente un punto a favore del TAV. Ogni ammodernamento rappresenta un miglioramento in termini meramente economici e di attrattività, nonostante le criticità sulle previsioni di aumento di traffico e la grande spesa pubblica necessaria. Ma a che costo ambientale? Qual è il valore aggiunto che quest’opera garantisce alle popolazioni locali?

Parlando dell’ambiente, molto si è starnazzato e poco si è capito. È evidente che perforare una montagna per 57km con un tunnel ferroviario ad alta velocità è sicuramente un’opera di elevato impatto ambientale. C’è da aggiungere che le valli in cui esso sbuca sono già state ampiamente usurpate da opere di messa in sicurezza, collegamenti stradali e ferroviari già esistenti.

Al fine di valutare la regolarità dell’opera, sono state fatte le opportune valutazioni di impatto ambientale (VIA) e valutazione dell’impatto sulla salute (VIS). Specificatamente per la galleria esplorativa Chiomonte sono state svolte 62mila rilevazioni eseguite da TELT sotto la supervisione di ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), in cui sono stati monitorati 135 parametri attraverso 40 centraline poste ad un raggio di 15 km dal cantiere. Sono state misurate polveri, radiazioni, acque, rumore, vibrazioni e altre componenti biologiche e in nessuno caso sono emerse criticità di rilievo.

Dagli studi geologici, però, emerge che un deposito di rocce amiantifere è presente a circa 400 m di profondità all’imbocco del tunnel, ragione per cui è prevista una modalità di lavoro in ambienti chiusi e opportunamente controllata.

Veniamo al nodo cruciale: se l’impatto economico è minimo, ma comunque vantaggioso, e se quello ambientale rientra nei parametri normativi di tutela della salute, perché essere contro a tale opera?

Beh, la risposta è tanto banale quanto complessa: la politica non ha rassicurato le preoccupazioni delle popolazioni locali, spaventate dalla minaccia di un possibile giacimento di amianto nella montagna, e non ha assicurato un dialogo con i rappresentanti locali che chiarisse i dubbi legati alla realizzazione, magari trattando per qualche ritorno economico, ambientale o sociale maggiore per le aree direttamente interessate.

La tensione che si è creata non è nata dopo la proclamazione del progetto, né tantomeno dopo il suo finanziamento. Sino al 2003, anno in cui l’azienda LTF (Lyon-Torino Ferroviarie) presentò il progetto preliminare di un tunnel geognostico a Venaus, le popolazioni locali non sembravano particolarmente indispettite. Una volta nota la locazione del tunnel, conosciuta dai residenti come zona ad alta concentrazione di amianto, e partito il cantiere sotto la supervisione del governo Berlusconi, gli abitanti si unirono e nacque quello che nel 2005 divenne ufficialmente il movimento NO TAV. Una manifestazione di 30mila abitanti irrompe nel cantiere di Venaus e lo smantella, costringendo il governo a sospendere il proseguimento dei lavori.

Source: Wikipedia

La mancata realizzazione dell’opera non si deve quindi a problemi economici o ambientali, per quanto reali ed esistenti, ma principalmente ad una mancata comunicazione tra i finanziatori dell’opera (governo Italiano, Francese e Commissione Europea) e la popolazione residente.

Gli accorgimenti successivi, atti a rimediare l’errore fatale di imporre senza ascoltare, sono stati fallimentari: l’Osservatorio istituito da Prodi nel 2006 non ha messo al centro le volontà della popolazione né tantomeno ha aperto un vero dialogo con i sindaci rappresentanti delle comunità locali. Nuovamente, si è provato in maniera centralistica ed elitaria ad istituire commissioni per verifiche ambientali, di salute e sicurezza che miravano a provare scientificamente l’attuabilità dell’opera senza però avere la capacità di comunicarla al movimento di protesta, oramai infiammato e sul piede di guerra.

Fatto sta che negli anni successivi ricominciano le trattative tra Italia, Francia ed UE per la realizzazione dell’opera, escludendo costantemente gli interessi della popolazione residente. Nel 2011 ricominciano i lavori, che a stento continuano tra piccoli sabotaggi e talvolta scioperi.

Politicamente parlando, è inutile persino la famigerata analisi costi-benefici proposta dal Movimento 5 Stelle. Siccome si riduce ad un fatto meramente tecnico la riuscita di un’opera, si snatura la vera essenza della politica: l’arte di prendere delle decisioni. Concordo che troppo spesso in Italia queste decisioni si basano solo sulle volontà dei pochi e dei potenti, che siano essi lobby o politici in conflitto d’interessi, ma non è possibile che una forza di governo non si sforzi di ascoltare le richieste delle autorità locali e non intavoli una trattativa.

Vorrei spiegare meglio quest’ultimo concetto: non è attraverso referendum locali, né tantomeno nazionali, che si deve decidere la realizzazione di un’opera pubblica: per quanto pagata dal pubblico, non deve essere decisa dal pubblico. Questo è, credo, il concetto base della democrazia rappresentativa, in cui eleggiamo gente che deve decidere per il nostro bene. Inoltre, strumenti come l’analisi costi-benefici o le valutazioni di impatto ambientale sono obbligatori nonché fondamentali nella fase di progettazione.

Quello che la politica deve fare è semplicemente mediare gli interessi di tutti: delle imprese che costruiranno l’opera, di quelle che la sfrutteranno, delle organizzazioni per la protezione ambientale e persino delle comunità locali. Tutti devono sentirsi rappresentati alla stessa maniera, senza esclusione, senza giochi di potere economico: in democrazia, la nostra opinione vale come tutte le altre, e deve potere come tutte le altre.

Le imposizioni creano tensioni, e le tensioni rallentamenti o ribellioni: una politica lungimirante, che vuole la realizzazione di un asset strategico per il proprio paese, deve essere in grado di coinvolgere, convincere e collaborare con chiunque ne abbia diritto.

Spero di esser stato, durante l’articolo, il più obbiettivo possibile: adesso vi dico come la penso io, e siete liberi di saltare quest’ultima parte.

Io credo che il processo con cui si è creata una tale tensione sociale vada fermato immediatamente. Non penso che in un paese democratico lo Stato possa decidere in maniera tanto autoritaria sul diritto paesaggistico, ambientale e di salute dei cittadini.

Questo può essere fatto in maniera drastica, con una chiusura immediata dei cantieri senza rinvii, o con una totale ritrattazione del progetto che coinvolga tutte le parti civili in causa: è necessario organizzare una riunione di portatori d’interesse che includa i sindaci delle comunità locali, i realizzatori dell’opera, gli esponenti del governo e altre parti chiamate in causa.

Quello che si prospetta è uno scenario opposto al mio, forse troppo utopistico perché troppo “studiato”: i lavori finiranno senza modifiche, tra complicazioni varie, e non se ne discuterà più dal giorno dopo l’inaugurazione.

Il filo dorato

Maggio 21, 2019

Sto continuando a chiedermi se sono felice

Dimenticandomi però ogni volta la risposta.

Così nuovamente giungo a dire:

Ma se fossi davvero felice, mi starei chiedendo se lo sono?

Come leggerne i sintomi?

Si prova qualcosa come quando si ha fame o sonno?

Si prova piacere ad essere felici?

Quanti forse della mia vita devo mettere in chiaro affinché io possa essere sereno? Quanti dubbi devo risolvere e quanto sudore devo versare su ogni decisione che prendo? E poi, se sono io ad avere in mano il volante della mia vita, perché mi fermo a ogni stop, semaforo, pedone che passa, senza riuscire a concentrarmi sul dove voglio andare?

Mi sembra di intraprendere un viaggio a tappe, in cui tempo e spazio sono unidirezionali e non si può tornare indietro. Ogni volta che posso, mi fermo a godermi l’esperienza del viaggio, facendo diverse soste per bere, mangiare e fare rifornimento. La sera mi riposo e non guido, spesso vado in un bar a far viaggiare la fantasia, più rapida di quanto ogni mezzo costruito dalla mente possa andare. Mi ritrovo il giorno dopo mezzo ubriaco e mezzo affamato e riparto per lo stesso viaggio del giorno prima, senza che niente, essenzialmente, mi sembri diverso.

Mi sembra di evitare giornalmente gli incroci più difficili, quelli in cui se sbagli strada perdi un sacco di tempo e rischi di non arrivare alla meta. Mi pare di non scegliere mai tra due strade completamente opposte, ma piuttosto di intraprendere sempre la strada meno rapida e più sicura, che rimanda la scelta al giorno successivo.

E il giorno che arriverà l’ultimo bivio, quello che non riesco ad affrontare, e dovrò prendere una decisione forte, giusta e sicura come mi comporterò?

Mi immagino di avere davanti due opzioni: la scelta e la non scelta. La non scelta sarebbe il naturale proseguimento del mio viaggio ed affiderebbe al caso tutta la fatica del viaggio finora intrapreso. Nonostante mi reputi un ragazzo fortunato, credo sia vigliacco lasciare al caso una scelta tanto importante: se la strada imboccata fosse giusta, non avrei merito nella scelta; al contrario, se andassi per la strada sbagliata non ne avrei colpa, ma marcirei nei miei ultimi giorni rimproverandomi di essere un codardo.

La scelta è sicuramente la strada più nobile e virtuosa da seguire e, come per l’opzione precedente, la scelta sarà tra strada giusta e sbagliata: se scegliessi la prima potrei scriverne poemi vittoriosi, come un eroe che ha seguito intuito e intelletto e si è costruito da solo la sua fama. Se la strada scelta fosse quella sbagliata, probabilmente cadrei da un dirupo dopo la prima curva, ma fiero di aver scelto la mia sorte.

Scavando tra le possibilità, mi sono accorto di un errore che ho fatto nel considerare le conseguenze delle mie scelte (o non scelte). Le mie parole sono tremendamente intrise di “pre-destinità”, poiché suppongo sempre che ogni incrocio abbia una via giusta e una sbagliata, e imboccata una delle due non è possibile ritrovarsi nell’altra.

Una nuova visione del mio viaggio ha cominciato quindi ad affiorare: dietro di me una lunghissima strada fatta di posti e di persone che ho incontrato e che mi hanno lasciato qualcosa. C’è qualche immagine più sbiadita e qualcuna più a fuoco: la definizione del ricordo non è data da quanto tempo è trascorso, ma piuttosto da quanto quell’immagine mi ha segnato il cuore e quindi il cammino. Qui ci sono diversi incroci presi, in cui la via scartata dura solo pochi metri: quando si sceglie A, tutto ciò che non è A svanisce, e rimane una nebbia di congetture.

In questa nuova visione, sto vivendo nell’attimo dopo l’ultimo istante passato, con lo sguardo rivolto indietro alle immagini che più mi hanno formato. Ciò che ho davanti non lo posso vedere, perché nonostante il mio busto stia procedendo verso il domani, ho gli occhi fissi sull’orizzonte dei miei sbagli e delle mie scelte passate. Spesso questo rimuginare rassicura gli imprevisti futuri, ma se ci si concentra sul fallimento delle proprie opere e non sulla lezione che queste cadute ci hanno insegnato, si continuerà a precipitare senza trovar un appiglio.

Il mio viaggio è una grande retromarcia in cui il futuro è uno specchio retrovisore appannato: più o meno sai dove le scelte che hai fatto ti stanno portando, ma non puoi vedere nitidamente oltre quello che l’oggi ha deciso di mostrarti.

Non esistono più strade giuste o sbagliate e la via davanti a me non si può evitare: io so che viaggerò finché vivrò. Traccerò un lungo filo dorato che mi ricordi da dove vengo, che vi guidi quando me ne andrò.